I rapporti tra Usa e Israele, dopo Obama

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di Marta Furlan
A pochi mesi dalle elezioni presidenziali USA, bisogna chiedersi come la scelta del futuro Presidente americano andrà ad influire su un’amicizia che negli ultimi anni ha rivelato segni di vulnerabilità.

Con l’amministrazione Obama ormai giunta agli ultimissimi atti del proprio mandato, e con le elezioni primarie che stanno sempre più restringendo la rosa dei candidati, è inevitabile avanzare considerazioni sull’eredità di Obama e sulle strade future verso cui l’America (sia in casa sia nei rapporti con l’estero) sarà guidata dal nuovo inquilino della Casa Bianca.

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A questo rispetto, una delle questioni più interessanti e rilevanti è quella delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Gli otto anni della Presidenza Obama, infatti, sono stati caratterizzati da una politica mediorientale fatta di rapporti nuovi (o quanto meno ripensati) con amici e rivali storici, primi tra tutti Tel Aviv e Teheran.

Tradizionalmente alleato chiave di Washington in Medio Oriente, Israele è stata costretta negli ultimi anni a confrontarsi con una realtà nuova: ha visto ridursi la propria centralità nel sistema di alleanze di Washington; ha dovuto fare i conti con un crescente isolamento diplomatico nel mondo “occidentale”; ha dovuto tener testa alle sempre più forti voci di condanna rispetto a temi quali il dialogo con la comunità palestinese; ed ha dovuto accettare a malincuore l’accordo nucleare con l’Iran.

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Questa evoluzione che i rapporti Usa-Israele hanno conosciuto negli ultimi anni spiega dunque l’importanza che rivestono per il governo Netanyahu le elezioni presidenziali USA di quest’anno. A pochi mesi dal voto presidenziale, però, nessuno dei principali contendenti rimasti in gara gode di particolare simpatia tra la leadership israeliana.

Hilary Clinton durante un evento della campagna elettorale per le primarie Usa / credits: Epa - Shawn Thew
Hilary Clinton durante un evento della campagna elettorale per le primarie Usa / credits: Epa – Shawn Thew

Sul fronte democratico, Hillary Clinton si sta affermando come la front-runner (nonostante un Bernie Sanders determinato a sfidarla fino all’ultimo), ma la prospettiva di una sua vittoria finale è in Israele fonte di non poche ansietà.

Innanzitutto, è da considerare come storicamente Israele abbia intrattenuto rapporti più stretti con le amministrazioni Repubblicane piuttosto che con quelle Democratiche. In Medioriente, infatti, il Partito Democratico ha spesso assunto una linea di maggiore moderazione nel suo supporto a Israele e ha portato alla Casa Bianca alcuni dei Presidenti con cui Tel Aviv ha intrattenuto i rapporti più freddi. Inserendosi nel solco di tale linea, Hillary Clinton ha mantenuto per tutto il corso della campagna elettorale una posizione indubbiamente ma non ciecamente pro-Israeliana.

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Questo approccio è del resto quello promulgato dalla stessa amministrazione Obama, amministrazione che ha però fallito nel compiere significativi passi avanti rispetto alla promozione del dialogo Israele-Autorità Palestinese. Per l’intera durata della Presidenza Obama, infatti, Netanyahu è di fatto riuscito a congelare la questione e ad evitare ogni impegno serio e di lungo periodo rispetto alla ripresa del dialogo. Proseguire su questa strada, però, si rivelerebbe significativamente più difficile per Israele, se la Clinton diventasse Presidente. Rispetto ad Obama, infatti, la Clinton ha una posizione più dura rispetto al ruolo che gli USA dovrebbero assumere nella loro politica verso Israele – soprattutto per quanto riguarda questioni delicate quali il rapporto con l’Iran, gli insediamenti in Cisgiordania, e lo status della popolazione palestinese.

Clinton, quindi – nella probabile ipotesi che essa si avvarrà di una squadra composta da alcune figure già operanti in Medio Oriente sotto Obama – da un lato manterrebbe l’approccio generale dell’amministrazione uscente, fatta di un supporto ad Israele incontestabile e sicuro ma non più incondizionato se paragonato a quello mantenuto da amministrazioni passate (soprattutto repubblicane). Dall’altro lato – data l’esperienza nelle dinamiche del Medio Oriente acquisita come First Lady, Senatrice e Segretario di Stato – è facile presumere che Clinton cercherebbe maggiormente di bilanciare il supporto politico, militare e diplomatico fornito all’alleato israeliano con un recupero risoluto della questione palestinese, rispetto alla quale ritagliare per gli USA un ruolo chiaro come promotori del dialogo – come peraltro tentò di fare Bill Clinton durante il proprio mandato.

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Non stupisce allora che Netanyahu non veda particolarmente di buon occhio l’ascesa della Clinton. Ciononostante, neppure l’opzione Donald Trump emersa sul fronte Repubblicano suscita entusiasmo nel leader Israeliano.

Il Ministro dei trasporti israeliano Yisrael Katz (a sinistra), Benjamin Netanyahu (al centro) e il Ministro delle finanze Yair Lapid (a destra) / credits: Noam Revkin Fenton/FLASH90
Il Ministro dei trasporti israeliano Yisrael Katz (a sinistra), Benjamin Netanyahu (al centro) e il Ministro delle finanze Yair Lapid (a destra) / credits: Noam Revkin Fenton/FLASH90

Uno dei tratti più marcati della posizione politica di Trump è il profondo e radicato nazionalismo. Applicato all’azione esterna, questo nazionalismo ha portato Trump a proporre un’America che sullo scacchiere internazionale agisce in modo risoluto ma non illimitato, né gratuito, definendo così una politica estera che (non senza paradossi) oscilla tra tendenza all’isolazionismo e aspirazione all’egemonia, e il cui obiettivo è quello di “make America great again”. Questa politica estera distante dal chiaro interventismo di precedenti amministrazioni Repubblicane è fonte di preoccupazione per i tradizionali alleati di Washington, e soprattutto per Israele, la cui posizione geopolitica nella regione mediorientale deve molto alla costante protezione – diretta e indiretta – degli USA.

A tali preoccupazioni israeliane, poi, si aggiunge quella che più analisti politici hanno definito come l’incognita della posizione di Trump rispetto alla politica israeliana. Le dichiarazioni di Trump su Israele, infatti, nel corso dei mesi sono passate da affermazioni di neutralità a una retorica di pieno supporto, che però in Israele molti temono essere motivata dal tentativo di ricucire i legami con la comunità ebraica americana all’alba delle elezioni piuttosto che da un sincero, credibile e affidabile impegno a ricucire i legami con Tel Aviv.

Il candidato repubblicano alla presidenza Usa Donald Trump a Spencer, Iowa, durante la campagna elettorale / credits: Mark Kauzlarich - Reuters
Il candidato repubblicano alla presidenza Usa Donald Trump a Spencer, Iowa, durante la campagna elettorale / credits: Mark Kauzlarich – Reuters

Del resto, il rapporto di Trump con la comunità ebraica americana era stato messo a dura prova da una sua serie di commenti e proposte politiche di marcato razzismo e anti-islamismo che hanno suscitato voci di condanna da parte dei maggiori esponenti della comunità ebraica americana, seguita in ciò da larga parte della leadership israeliana. Quest’ultima ha nell’influente comunità ebraica americana uno dei propri alleati più preziosi all’estero, con cui mantiene rapporti di diretto. Tel Aviv è poi interessata per motivi di stabilità interna e di immagine esterna a rifuggire associazioni con retoriche eccessivamente islamofobiche, il che renderebbe difficile per Netanyahu recuperare appieno la tradizionale amicizia con Washington se il voto di novembre dovesse portare alla Casa Bianca un Trump attestato su posizioni radicali, razziste e marcatamente anti-islamiche. Trump sta cercando di stemperare i toni, e ha programmato una visita al Premier israeliano nel prossimo futuro. È interessante notare come la percezione che i cittadini israeliani hanno di Trump sia tutto sommato buona; secondo un sondaggio il magnate statunitense avrebbe il favore di 1 cittadino israeliano su 4, e “that’s awkward for Israel”, scrive Politico.

Nel governo di Tel Aviv, quindi, né la Clinton né Trump suscitano grande entusiasmo, e una delle poche cose ad apparire certe è che un ripensamento del rapporto diplomatico sarà inevitabile, e richiederà alla leadership Israeliana sforzi di adattamento, compromesso e flessibilità.

Hillary Clinton e Benjamin Netanyahu, durante una visita diplomatica in Israele quando Clinton era Segretario di Stato / Reuters - Baz Ratner
Hillary Clinton e Benjamin Netanyahu, durante una visita diplomatica in Israele quando Clinton era Segretario di Stato / Reuters – Baz Ratner

Una cosa che con ogni probabilità rimarrà invariata sarà invece la dimensione militare dell’alleanza USA-Israele. In virtù degli interessi politici e strategici congiunti in Medio Oriente, infatti, Israele è sempre stato nella regione un partner imprescindibile di Washington. Tale alleanza si è tradotta sul piano militare in decenni di aiuti finanziari, supporti logistici e tecnologici, condivisione di informazioni e addestramenti congiunti.

Nonostante il raffreddamento con Obama e Netanyahu dei rapporti tra i due tradizionali alleati, gli interessi dei due Paesi nel contesto politico-militare mediorientale continuano a convergere in modo importante e sostanziale, e tale convergenza ha reso il settore militare quello in cui non solo la cooperazione resta più solida, ma anzi è in espansione. L’Amministrazione Obama ha difatti promesso che rinnoverà i consueti aiuti militari al proprio alleato israeliano – in scadenza nel 2018 – con altri 40 miliardi di dollari in 10 anni.

Pertanto, indipendentemente da chi gli statunitensi voteranno in autunno, l’attuale situazione nel Levante (con la guerra in Siria lontana da ogni credibile soluzione; l’Iraq attraversato da pericolose frizioni politiche interne; l’Iran e il suo alleato Hezbollah in ascesa e attivamente presenti in Siria; il Libano attraversato dalla crisi politica) renderà necessario per ogni Presidente USA continuare a coltivare una cooperazione e un supporto militare ad Israele che sono oggi essenziali (come ieri) al fine di tutelare gli interessi americani nella regione.

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