Pochi giorni dopo l’inizio del nuovo mandato (2019-2025) di Nicolás Maduro alla guida della Repubblica Bolivariana del Venezuela, in occasione dell’anniversario del golpe del 1958, Juan Guaidó è stato nominato Presidente ad interim dall’Assemblea Nazionale. Il principale organo legislativo del Venezuela, di cui Guaidó è Presidente, ha, infatti, secondo l’articolo 233 della Costituzione, il potere di destituire il Presidente in funzione in caso di “abbandono del mandato”.

Membro di Voluntad Popular, il principale partito di opposizione, Guaidó è stato subito riconosciuto dagli USA e dalla maggior parte dei Paesi del Gruppo di Lima. A difesa del regime bolivariano si sono invece poste la Cina e la Russia, fortemente esposte a causa dei loro investimenti, e la Turchia.

La fase di frenetica formazione degli schieramenti pro-Maduro e pro-Guaidó sembra però aver lasciato spazio al dialogo tra le parti. Scaduto l’ultimatum con il quale governo spagnolo di Pedro Sánchez invocava lo svolgimento di libere elezioni, il Messico, seguito dall’Uruguay, si è mostrato favorevole ad assumere il ruolo di mediatore.

L’intervento messicano è stato richiesto al fine di facilitare sia il dialogo tra le parti, (che con Spagna e Stati Uniti), dallo stesso leader chavista nella persona di Jorge Rodriguez, Ministro della Comunicazione del Venezuela. Rodriguez ha avuto recentemente contatti con i rappresentanti dei due Paesi latinoamericani che, rifiutatisi di riconoscere la legittimità di Guaidó, hanno organizzato per il 7 febbraio prossimo una conferenza alla quale sono invitati tutti gli Stati e gli Organismi internazionali che hanno assunto una posizione di neutralità. L’obiettivo dell’incontro è trovare, nuovamente, le basi di un dialogo che conduca finalmente il Venezuela sulla strada della stabilizzazione e della pace.

Riccardo Stifani
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