Mentre l’Ucraina continua ad essere al centro del dibattito politico statunitense in seguito alla trascrizione della conversazione fra il presidente ucraino Volodomyr Zelensky e il suo omologo americano Donald Trump, che ha portato all’avvia di procedura di impeachment nei confronti di quest’ultimo, un altro evento infuoca il dibattito politico nell’ex repubblica sovietica.

Lo scorso 1 ottobre, infatti, il presidente Zelensky ha indetto una conferenza stampa, la seconda da quando è iniziata la sua presidenza, per dichiarare l’intenzione di sottoscrivere e implementare la cosiddetta Formula Steinmeier, in seguito all’accordo raggiunto dal gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina, a cui partecipano diplomatici ucraini, russi e l’OSCE.

L’Ucraina è da cinque anni attanagliata da una guerra civile, iniziata nell’aprile 2014, quando ribelli separatisti – supportati dalla Russia – hanno preso il controllo di gran parte della regione del Donbass, costituendo le due repubbliche di Donetsk e Lugansk.

AFP Photo/Sébastien CASTERAN

Portare a termine il conflitto è stata una delle principali promesse di Volodmyr Zelensky nel corso della campagna elettorale e continua a essere una delle sue prerogative ora che è divenuto presidente. Un primo passo verso la distensione nei rapporti con la Russia si è già avuta lo scorso 7 settembre, quando ha avuto luogo il primo scambio di prigionieri fra Kyiv e Mosca sin dall’inizio della guerra.

La decisione di implementare la Formula Steinmeier è un altro importante passo verso tale obiettivo. Ma cosa prevede questa proposta?

Fra il settembre 2014 e il febbraio 2015, Ucraina e Russia, con la supervisione di Francia, Germania e OSCE avevano sottoscritto a Minsk due differenti accordi volti a stabilire un cessate il fuoco e definire quali dovessero essere le tappe di avvicinamento alla fine del conflitto.

Questi due accordi prevedevano, inoltre, il ritiro di tutti gli armamenti pesanti utilizzati da entrambe le parti del conflitto, il rilascio di tutti gli ostaggi detenuti illegalmente, un’amnistia generale per le parti coinvolte nel conflitto, che non si siano macchiate di crimini gravi, il ritorno dei territori controllati dai separatisti sotto l’autorità di Kyiv, la quale, però, avrebbe garantito, tramite una riforma costituzionale, un forte grado di autonomia a tali aree.

Gli accordi di Minsk hanno indubbiamente consentito una diminuzione dell’intensità del conflitto, ma non sono stati in grado di risolvere completamente la situazione. Come sottolineato da Cristopher Miller, inviato in Ucraina per RFE/RL, una delle ragioni che ha impedito a tali patti di raggiungere il loro scopo finale è l’eccessiva vaghezza del contenuto. Tale genericità ha consentito sia a Kyiv che a Mosca di interpretare alcuni dettagli chiave dell’accordo, come la sequenza degli eventi che avrebbero dovuto condurre alla pace, a proprio piacimento, impedendo sino ad ora una risoluzione definitiva del conflitto nel Donbass, che ha causato la morte di oltre 13mila persone, 40mila feriti e 1,5 milioni di profughi.

È in questo contesto che si inserisce la Formula Steinmeier, che prende il nome dal ministro degli esteri tedesco e attuale Presidente della Germania. Nel 2016 Steinmeier propose una versione semplificata degli accordi di Minsk, il cui compito principale era cerca di far giungere a un accordo fra le parti del conflitto sulla sequenza di eventi, già definita nella capitale bielorussa, che avrebbe dovuto portare alla pace.

L’allora ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier (a sinistra) e l’ex primo ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk durante una conferenza stampa a Kiev nel novembre 2014.

La proposta del politico socialdemocratico tedesco prevedeva come priorità le nuove elezioni da tenersi nei territori controllati dai secessionisti, le quali, però, si dovrebbero svolgere ai sensi della legge ucraina e sotto la supervisione dell’OSCE. Quest’ultima assume un ruolo centrale all’interno della proposta di Steinmeier, poiché solo l’eventuale certificazione da parte dell’OSCE della regolarità ed effettiva democraticità delle elezioni avrebbe permesso di procedere con la seconda fase, durante la quale tali territori sarebbero ritornati sotto il controllo del governo ucraino, il quale avrebbe, comunque, garantito una forte autonomia a tali aree del Paese.

La decisione di Zelensky di sottoscrivere la formula Steinmeier è stata ben accolta dalle cancellerie europee, in particolare con il foreign office britannico che ha affermato come la mossa del presidente ucraino dimostri “il suo chiaro impegno a trovare una soluzione politica”, richiedendo alla Russia di “interrompere il supporto per i separatisti”.

La scelta del neopresidente ucraino è stata accolta con soddisfazione anche e soprattutto da Mosca. Il Cremlino poneva infatti l’approvazione da parte di Kyiv della Formula Steinmeier come un passo necessario per poter convocare un nuovo summit con partecipazione anche di Francia, Germania.

La mossa dell’ex comico, invece, non ha visto un consenso unanime all’interno del Paese. Le critiche più feroci sono giunte dai due ex presidenti Petro Poroshenko e Yulia Timoshenko. Il primo ha affermato che tale accordo non faccia altro che il gioco della Russia, dato che Kyiv si è impegnata a tenere elezioni locali nel Donbass senza alcuna assicurazione riguardo il ritorno sotto la propria autorità di tale area.

Una critica altrettanto feroce è giunta da Yulia Timoshenko che è giunta a definire, tramite una dichiarazione rilasciata dal suo partito Batkvishchyna (Patria), l’accordo come “una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale e alla sovranità del Paese”. Nella giornata di domenica, inoltre, oltre diecimila persone, fra cui anche Petro Poroshenko sono scese in piazza a Kyiv per protestare contro tale accordo.

La decisione di Zelensky non è stata accolta positivamente neppure dai leader delle repubbliche di Lugansk e Donetsk, Leonid Pasechnik e Denis Pushlin, i quali hanno aspramente criticato soprattutto le condizioni poste dal presidente ucraino affinché la Formula Steinmeier possa essere implementata, sottolineando come Kyiv non riavrà l’autorità su tali territori e che, dunque, non sia una prerogativa del governo ucraino stabilire quando possano essere indette le elezioni in tali aree.

Le aspre critiche portate avanti da Poroshenko e Timoshenko all’accordo, tuttavia, non sono condivise dalla gran parte degli analisti. Anche esperti fortemente critici del Cremlino, come Andreas Umland, research fellow presso l’Institute for Euro-Atlantic Cooperation, hanno espresso posizioni non del tutto negative nei confronti della decisioni di Zelensky.

Come sottolinea Umland, infatti, “lo svolgimento corretto delle elezioni implicherebbe de facto il ritorno di tali territori sotto l’autorità ucraina, perché solo Kyiv può assicurare la regolarità delle consultazioni”, evidenziando, tuttavia, come sia fondamentale osservare quanto l’interpretazione tedesca e francese della Formula Steinmeier si avvicinerà a quella russa.

Allo stesso modo, Katharine Quinn Judge, analista dell’International Crisis Group, vede in maniera positiva la scelta di Zelensky, che può dare avvio a un disimpegno militare di entrambe le fazioni, permettendo di fissare un nuovo necessario summit del “Normandy Four”.

Antonio Schiavano
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