La Libia continua a ribollire fuori dai riflettori e in Italia se ne parla solo a proposito della sua famigerata “guardia costiera” e dei migranti che cercano di sfuggire ai suoi lager. Torniamo a fare il punto dopo più di un anno dal nostro ultimo articolo in proposito, anche se la situazione sembra cristallizzata.

Dopo la caduta del regime di Gheddafi, la Libia continua a entrare e uscire dai radar italiani. La guerra civile, i due governi di Tripoli e Tobruk, le infiltrazioni dell’ISIS, l’inconsistenza politica delle istituzioni internazionali, la mancanza di politica estera attiva dell’Italia, la questione dei migranti e dei lager libici sono tutti frammenti che costituiscono un rompicapo lontano dal risolversi.

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La stessa idea di parlare di Libia come un unico Stato è oramai poco più di un’abitudine, visto che la Libia de facto non esiste più, e tra Egitto e Algeria si estende un “vuoto statale” occupato in parte e con altalenante successo da due governi avversari di cui sopra e da una moltitudine di attori non statali capaci di controllare militarmente determinati territori spesso meglio dei concorrenti ufficiali.

Se la copertura mediatica sulla situazione politica libica – come ha fatto notare l’ONU fin dal 2017 – è distratta e incompleta, vale la pena di fare un riepilogo sulle recenti evoluzioni.

Da un alto si può dire che la situazione politica in Libia non è cambiata, pur mantenendo un’alta dinamicità. La situazione ovviamente è costellata di scontri e attentati e i diritti umani sono universalmente calpestati. Dopo la presa di Bengasi e Derna tra il 2017 e il 2018, l’esercito di Khalifa Haftar – leader del Libyan National Army, appoggiato da Russia, Francia, Emirati ed Egitto – ha continuato a guadagnare terreno ed è avanzato fino alla regione di Tripoli, sede del governo di Fayez Al Sarraj, supportato dall’Italia e, almeno a parole, dalla comunità internazionale.

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Nel conflitto, oltre ai civili, vengono coinvolti anche coinvolti migranti detenuti nei campi, la cui situazione, già atroce, non permette nemmeno possibilità di fuga. La speranza di un rapido ritorno alla “normalità” della Libia sembra essere svanita, mentre negli ultimi due anni i rapporti con l’Italia, suo malgrado partner d’elezione, si sono mossi su binari pragmatici al punto da rasentare il cinismo.

Ufficialmente le relazioni diplomatiche di Roma, pur ammiccando ad Haftar, restano vicino al sempre più traballante governo di Tripoli, ma la constatazione dell’instabilità politica libica ha costretto i governi italiani (e non solo loro) a interagire – lontano dai riflettori, come ha dimostrato la recente e meritevole inchiesta di Nello Scavo sulle pagine di Avvenire – anche con figure non istituzionali che vantano l’effettiva sovranità dei territori, come milizie indipendenti e tribali.

Tra il 2016 ed il 2017, nel momento più difficile della gestione dei flussi, gli accordi stipulati da Minniti per il controllo delle frontiere e per il ritorno dell’UNHCR in territorio libico – primo step di un piano che si è arenato con l’avvicendamento al governo – hanno destato per questo motivo perplessità, per via degli interlocutori con cui l’Italia è stata costretta a trattare – capi tribù e ras locali in aria di criminalità.

La retorica politica italiana ha poi trasformato le ONG che si dedicano ai salvataggi in mare – e che suppliscono ed hanno supplito al ritiro delle missioni militari navali europee ed italiane (Triton e Mare Nostrum) – in vettori di pull-factor per i migranti, affibbiandogli la dozzinale etichetta di “taxi del mare”, tesi peraltro smentita dai numeri pubblicati da Matteo Villa di Ispi.

Questa retorica ha anche generato fantasiose accuse alle ONG, secondo le quali quest’ultime sarebbero state in combutta con trafficanti e scafisti, accuse che non hanno mai trovato riscontro né veridicità, nonostante le indagini avviate da alcune procure.

Come visto, sono confermati invece i contatti tra ambienti vicini ai trafficanti ed i governi, che in loro hanno spesso l’unico interlocutore disponibile in diverse aree della Libia.

Le ripetute denunce delle organizzazioni internazionali sulle atroci condizioni dei migranti trattenuti in Libia, tanto numerose e confermate quanto normalmente destinate a cadere nel vuoto, sono state rafforzate recentemente da alcuni episodi eclatanti, come l’uccisione accaduta a metà settembre davanti agli occhi di osservatori dell’OIM di un migrante sudanese riportato a riva dalla “guardia costiera” libica.

È solo quando avvengono tragedie come questa che viene forato lo spesso velo di abitudine e forse ipocrisia con cui si parla di Libia, e sono questi fatti estremi che risvegliano l’attenzione su quanto sacrifica la democrazia in nome di politiche migratorie sempre più paranoiche e squilibrate che danno maggior attenzione agli effetti mediatici, piuttosto che a quelli pratici e che potrebbero quanto meno calmierare una situazione umanamente insostenibile.

di Federico De Salvo

Redazione
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