Caratterizzato da una storia millenaria, da un variopinto mosaico etnico-linguistico, e da una grande varietà culturale, l’Afghanistan è più che altro conosciuto per essere territorio di conflitti. Ma quali sono le radici di questa situazione, quale realtà regionale definisce l’Afghanistan moderno, e quali sono le speranze di rinascita dalle ceneri della guerra?
Questo è il terzo di tre articoli dedicati alla complicata situazione dell’Afghanistan.

Qui potete leggere la prima parte di questo speciale e qui la seconda


Esattamente come avveniva nel XIX secolo e nel XX secolo, l’Afghanistan si ritrova in balia di eventi che sfuggono al suo controllo, si riscopre pericolosamente esposto e soprattutto vulnerabile alle macchinazioni dei principali attori regionali, quali Russia, Pakistan, Cina, Iran, e India che hanno prontamente (ri)preso in mano le carte del vecchio gioco nel momento in cui la riduzione dell’impegno militare occidentale, la mancanza di una chiara strategia americana in Afghanistan, e la ripresa talebana hanno aperto nuovi spazi di intervento e rinnovate opportunità di influenza.

La lunga e intricata strada che porta da Mosca a Kabul

Per quanto riguarda la Russia, il paese ha sempre cercato di estendere la propria influenza sul teatro afghano, dapprima a livello diplomatico-politico e successivamente a livello militare, quando nel 1979 la Russia sovietica prese la fatidica decisione di inviare l’Armata Rossa in Afghanistan dando avvio ad una guerra che si sarebbe conclusa dieci anni più tardi con la discesa dell’Afghanistan nel baratro della guerra civile e con la consegna dell’URSS e del suo esperimento socialista alla Storia.

Truppe sovietiche lasciano l’Afghanistan nel 1988. Credits to: AFP

Negli anni successivi, con l’entrata in scena dei Talebani, obiettivo della politica russa verso l’Afghanistan è diventato quello di ostacolare il neo-nato gruppo del Mullah Omar, giudicato portatore di un pericoloso estremismo religioso che avrebbe potuto destabilizzare l’intera Asia Centrale. La minaccia percepita da Mosca di fronte al dilagare in Afghanistan dell’estremismo islamico sunnita incarnato dai Talebani era infatti frutto della paura russa che tale ideologia – e la violenza che essa promuove- potesse diffondersi in Asia Centrale, destabilizzare i cinque “stan” (Turkmenistan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan) che Mosca non ha mai smesso di considerare propri satelliti, e minacciare direttamente la sicurezza della Russia attraverso il reclutamento e l’indottrinamento dei mussulmani residenti nelle regioni meridionali della Repubblica Federale.

Questa percezione da parte russa di essere esposta a una potenziale e pericolosa minaccia proveniente dal confine sud-orientale ha guidato l’approccio di Mosca all’Afghanistan e la sua lotta contro i Talebani durante gli ultimi due decenni. Gli ultimi due anni, però, hanno visto un cambio di strategia cruciale che ha modificato profondamente non solo la politica estera russa rispetto all’Afghanistan, ma anche le più ampie dinamiche di competizione e cooperazione regionale. Con l’avvento di ISIS-K in Afghanistan nel 2015, infatti, Mosca è passata a considerare l’estremismo incarnato da ISIS e il brutale terrorismo da esso promosso come la principale minaccia alla sicurezza della regione, e ha abilmente sfruttato l’ascesa del gruppo per costruire una nuova narrativa strategica in base alla quale ISIS-K è il vero nemico da combattere e un’alleanza con i Talebani in chiave anti-ISIS è la strada per raggiungere questo obiettivo prioritario. Sullo sfondo di questa retorica incentrata sulla massima di realpolitik “il nemico del mio nemico è mio amico”, la Russia ha quindi abbracciato una nuova politica di avvicinamento ai Talebani nel quadro di una comune lotta contro lo “Stato Islamico” in Afghanistan.

Tuttavia, a motivare questo cambio di politica afghana a Mosca non sono solo considerazioni di sicurezza ma anche più generici interessi politici e di potere. Obiettivo centrale della politica estera di Putin è infatti restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale che aveva perso con la fine della Guerra Fredda, e se in Medio Oriente la rincorsa di questo obiettivo si è tradotta nell’intervento militare in Siria nel settembre 2015, in Afghanistan ha portato ad una sostanziale revisione strategica nel rapporto con i Talebani. Attraverso l’avvicinamento al gruppo di Akhundzada, infatti, la Russia mira ad assicurarsi un ruolo di primo piano in ogni tentativo di dialogo che cerchi di definire il futuro assetto afghano e che, per essere credibile e legittimo, Mosca ha capito non potrà prescindere dall’inclusione dei Talebani. In altre parole, avvicinandosi ai Talebani e ritagliandosi così un ruolo come imprescindibile attore di ogni processo di dialogo sul futuro dell’Afghanistan, Mosca aspira a creare un ordine regionale ad essa favorevole e ad estendere in questo modo la propria influenza diretta in un’area strategicamente cruciale del Grande Medio Oriente.

In aggiunta, attraverso il recente avvicinamento ai Talebani, la Russia punta non solo a garantirsi una parte da protagonista nelle dinamiche afghane, ma anche a ridimensionare il ruolo statunitense e la capacità di Washington di avanzare i propri interessi nella regione. È dunque attraverso la lente di questo duplice obiettivo che va vista la decisione russa di ospitare a Mosca il 14 aprile scorso dei dialoghi multilaterali sul futuro del conflitto afghano al quale sono stati invitati i rappresentanti di Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Tajikistan, Kazakhstan, e Kyrgyzstan.

Il triangolo russo-pakistano-talebano

Ugualmente interessante e rilevante nel contesto del nuovo “Great Game”, è inoltre la realtà delle nuove relazioni russo-pakistane: con l’avvicinamento ai Talebani, Mosca non ha infatti potuto prescindere dal rivedere e ripensare anche le proprie relazioni con Islamabad, alla luce del peculiare rapporto di cooperazione che da sempre caratterizza le relazioni tra il Pakistan e i Talebani. Il Pakistan, infatti, è sostenitore e finanziatore dei Talebani fin dalla nascita del gruppo nei primi anni ’90, avendo storicamente cercato di sfruttare la presenza dell’organizzazione in Afghanistan e il suo ruolo politico-militare nel paese per intervenire in modo indiretto ma efficace nelle dinamiche politiche afghane. Obiettivo ultimo della strategia pakistana in Afghanistan è da sempre l’instaurazione di un regime filo-pakistano a Kabul così da guadagnarsi un importante alleato e ottenere profondità strategica in chiave anti-indiana. È dunque nell’ottica di questo obiettivo che i Talebani sono stati storicamente visti da Islamabad come prezioso alleato per evitare che l’Afghanistan finisse nell’orbita di Nuova Delhi e per scongiurare l’incubo di trovarsi ad affrontare forze nemiche e minacce alla sicurezza lungo entrambi i confini.

I nuovi alleati di Russia, Cina e Iran? [AP]

La contro-risposta indiana alla strategia pakistana 

Dal canto suo, l’India ha sempre –e comprensibilmente- percepito un Afghanistan filo-pakistano guidato dai Talebani come una duplice minaccia alla propria sicurezza. Da un lato, è fortemente sentito a Nuova Delhi il rischio che un governo filo-pakistano in Afghanistan possa garantire ad Islamabad un confine occidentale sicuro e incoraggiarla ad intensificare gli attacchi armati contro l’India nella regione contestata del Jammu-Kashmir. Dall’altro lato, c’è la percezione del rischio che un Afghanistan nelle mani dei Talebani e ostaggio dell’estremismo ideologico che ne informa le visioni politiche possa fomentare il radicalismo islamico nella regione sud-asiatica, fare proseliti tra la popolazione mussulmana del subcontinente indiano, e rendere l’India target privilegiato di attacchi terroristici di natura sia politica (in chiave anti-indiana) sia religiosa (in chiave anti-induista). Sulla scia di queste considerazioni (e percezioni), l’India è pertanto intervenuta nel “Great Game” contemporaneo adottando una strategia che punta a legare a sé l’Afghanistan attraverso ingenti investimenti economici nel paese. Dal 2001, Nuova Delhi ha investito più di 2 miliardi di dollari in aiuti all’Afghanistan, e ha continuato a porsi come uno dei maggiori investitori nei progetti di ricostruzione del paese anche quando i rapporti indo-afghani sembravano più a rischio a causa dell’iniziale decisione di Ghani di perseguire un avvicinamento (poi rivelatosi una chimera) al Pakistan.

L’entrata in gioco del fattore Cina

Nel quadro dell’attuale “Great Game”, l’avvicinamento al Pakistan auspicato da Ghani durante il suo primo anno alla presidenza non ha portato i risultati sperati, e il Pakistan di Nawaz Sharif ha al contrario ripensato il proprio ruolo nel sistema di alleanze regionali nel senso di un raffreddamento dei rapporti con Washington e di un avvicinamento a Mosca e Pechino. La Cina, infatti, è il nuovo grande attore sceso in campo in un gioco dal quale fino a poco tempo fa sembrava volersi mantenere fuori per concentrare le proprie forze (in senso non solo metaforico) nel mare della Cina del Sud e nella competizione in Estremo Oriente con Sud Corea e Giappone. Recentemente, invece, l’interesse cinese si è sempre più rivolto anche all’Asia centrale. A questo rispetto, l’intervento cinese nel “Grande gioco” regionale appare motivato principalmente da ragioni di sicurezza e dalla determinazione a stabilizzare un’area delicata come quella afghana, da cui estremismo islamico e terrorismo potrebbero facilmente e pericolosamente estendersi alla regione cinese a maggioranza mussulmana dello Xinjiang e porre una seria minaccia interna alla sicurezza della Cina e della sua popolazione Han.

In modo non dissimile da quanto visto rispetto alla politica russa verso l’Afghanistan, accanto a queste considerazioni di sicurezza c’è poi anche la volontà cinese di rafforzare il proprio ruolo come attore di prim’ordine nella regione a scapito degli Stati Uniti. Questa aspirazione della Cina a ritagliarsi un ruolo di primo piano attraverso cui estendere la propria influenza nell’area centro-asiatica e attraverso cui difendere i propri interessi politici (consolidare il proprio ruolo come potenza mondiale), economici (difendere i propri investimenti in Pakistan e Afghanistan), e strategici (garantirsi un certo controllo su un’area geograficamente cruciale come quella del territorio afghano), ha portato Pechino a farsi promotore del dialogo con i Talebani e a stabilire con essi un canale di cooperazione e coordinazione -soprattutto in funzione anti-ISIS- che accomuna la Cina a Russia e Iran.

Oltre la frattura sciiti-sunniti: la nuova intesa tra Teheran e i Talebani

L’Iran dell’ayatollah Khamenei è l’altro grande “giocatore” la cui politica estera rispetto all’Afghanistan ha conosciuto negli ultimi tempi un ripensamento simile a quello russo, sia in termini di direzione che in termini di portata: dopo aver osteggiato i Talebani negli anni ’90 a causa dell’estremismo anti-Sciita da essi incarnato e a causa del loro coinvolgimento nella produzione di oppiacei destinati (tra gli altri) al mercato illegale iraniano, e dopo aver cooperato nel 2001 con la coalizione internazionale votata al rovesciamento dell’emirato talebano, Teheran si è più recentemente avvicinata ai Talebani per far fronte comune contro l’ISIS-K.

Combattenti afghani anti talebani osservano i bombardamenti americani sulle montagne Bianche dell’Aghanistan orientale nel Dicembre del 2001. Credits to: Reuters

Essendo l’Iran separato dall’Afghanistan da un confine lungo ed estremamente poroso che lo ha a più riprese esposto alle minacce alla sicurezza poste dalla diffusione del terrorismo, così come ai problemi di instabilità dovuti ai flussi di rifugiati afghani, Teheran ha sempre nutrito profondo interesse (e preoccupazione) per le dinamiche afghane, e ha sempre cercato di influenzarle in modo da contenere le molteplici minacce provenienti dal paese. È pertanto nell’ottica di una necessaria difesa dalle sfide poste da un vicino scomodo e instabile, che l’Iran –posto di fronte al problema della diffusione di ISIS in territorio afghano- è giunto a formulare una politica di avvicinamento ai Talebani. L’obiettivo, come per Russia e Cina, è quello di adattare la tradizionale strategia afghana alle nuove circostanze così da creare nuovi spazi di dialogo, coordinazione, e influenza, capaci di portare una certa misura di stabilità in una zona che riveste un’importanza non trascurabile per la sicurezza iraniana.

Quale esito avrà il “Grande gioco” centro-asiatico? 

Il “Great Game” che si sta svolgendo nel contesto afghano è quindi una competizione per l’influenza regionale che vede profilarsi un sempre maggior coordinamento dei Talebani con Russia, Iran, e Cina; che vede la sopravvivenza delle tradizionali dinamiche di cooperazione tra Pakistan e Talebani e di contrapposizione tra Pakistan e India; e che vede una diminuzione della capacità statunitense di difendere il proprio turno al gioco e di sfruttare al massimo del vantaggio le proprie carte. In quello che è un contesto in continuo mutamento ed evoluzione, in cui nuovi attori scendono in campo e vecchi attori ripensano le proprie tattiche di gioco, solo gli eventi stessi potranno indicare con chiarezza la direzione verso cui la regione sta muovendo.

Ad oggi, un’unica considerazione può essere fatta: troppi -e troppo influenti- attori sono coinvolti nelle dinamiche afghane perché una credibile e duratura pacificazione del paese possa essere raggiunta al di fuori di una sincera cooperazione multilaterale. E la costruzione di questa essenziale cooperazione non può che essere promossa sulla base del riconoscimento di un comune interesse alla stabilità e alla sicurezza della regione. La strada verso tale riconoscimento, però, appare per il momento tanto impervia quanto il montagnoso paesaggio afghano.

 

 

Marta Furlan
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