La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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Iran, Russia e Turchia hanno raggiunto un accordo sulle zone di de-conflitto in Siria e sul dispiegamento di truppe e osservatori per garantire la tregua. E ora?

Il 14 e 15 settembre 2017 delegazioni di Iran, Russia e Turchia si sono riunite ad Astana (Kazakistan), per il sesto round dei colloqui trilaterali sulla Siria per definire le zone di de-conflitto, già concordate a maggio.

Le delegazioni della conferenza di pace sulla Siria ad Astana, in Kazakistan, 15 settembre 2017. Credits to: Reuters.

Le delegazioni della conferenza di pace sulla Siria ad Astana, in Kazakistan, 15 settembre 2017. Credits to: Reuters.

Dopo mesi di trattative, le tre potenze “garanti” hanno raggiunto un accordo che finalizza il memorandum firmato a maggio e che include come zone di de-escalation, in tutto o in parte, la Ghouta orientale, la provincia di Idlib, Homs, Latakia, Aleppo e Hama. In queste aree dovrà essere implementato un cessate il fuoco tra forze governative e gruppi moderati dell’opposizione, supervisionato da truppe e osservatori delle potenze garanti per sei mesi, con possibilità di prolungare tale periodo. Verrà inoltre istituito un centro di coordinamento comune per monitorare la tregua. In base all’accordo, il governo siriano dovrà anche consentire l’accesso e la distribuzione incondizionata di aiuti umanitari nelle aree dell’opposizione e ripristinare i servizi pubblici, come elettricità e acqua, laddove sono stati interrotti.

Mappa militare della Siria aggiornata all’8/09/2017. Credits to: Thomas van Linge.

Mappa militare della Siria aggiornata all’8/09/2017. Credits to: Thomas van Linge.

La zone più complessa resta quella di Idlib, soprattutto per la presenza di fazioni jihadiste legate all’ex Fronte Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham (HTS). Qui Iran, Russia e Turchia invieranno 500 osservatori ciascuno (i 500 russi saranno membri della Polizia Militare) a pattugliare e gestire i checkpoint che saranno posti sui confini delle zone di de-conflitto, anche se i dettagli non sono stati definiti e verranno discussi questa settimana a un incontro ad Ankara tra Putin ed Erdogan. Dai colloqui di Astana infatti non è uscito alcun documento ufficiale, per cui alcuni dettagli restano ignoti, ma Erdogan ha anticipato:

In base all’accordo, i russi garantiranno la sicurezza al di fuori della regione di Idlib e la Turchia all’interno. Il compito non è facile. Con Putin discuteremo ulteriori misure necessarie per sradicare i terroristi una volta per tutte e ripristinare la pace”.

La bandiera siriana sventola accanto a quella russa in Siria. Credits to: AP.

La bandiera siriana sventola accanto a quella russa in Siria. Credits to: AP.

Il riferimento è a HTS, che controlla la città di Idlib. Ankara ha già dispiegato 80 veicoli militari lungo il confine con la Siria come parte degli accordi di Astana e truppe turche hanno già cominciato a entrare nella provincia di Idlib. È il secondo – e meno pubblicizzato – intervento militare diretto in Siria dopo “Scudo sull’Eufrate“. Nel tentativo di isolare HTS, nei mesi scorsi la Turchia ha anche lavorato alla costituzione di un “Esercito Nazionale Siriano” (da non confondere con il “Nuovo Esercito Siriano”, la formazione ribelle attiva nella Siria sud-orientale), da porre sotto il controllo dell’opposizione politica siriana. Al progetto, che mira a ristrutturare le forze ribelli escludendo le componenti estremiste, hanno aderito numerose fazioni. Secondo Yezid Sayigh, del Centro Medio Oriente di Carnegie:

Il tentativo di formare un esercito di opposizione unificato nel nord-ovest [della Siria] sotto l’egida di gruppi vicini alla Fratellanza Musulmana suggeriscono che la Turchia sta preparando una forza proxy per muovere contro HTS a ovest di Aleppo e a Idlib: come ad Al-Bab e Jarablus, le unità turche appoggerebbero le forze dell’opposizione”.

Un simile esercito potrebbe anche essere rivolto in chiave anti-YPG per impedire la connessione di Efrin con il resto del Rojava, soprattutto ora che nel Kurdistan iracheno si è tenuto il referendum per l’indipendenza, che segue l‘avvio delle prime elezioni locali dei territori curdi in Siria.

Sostenitori del partito curdo PYD marciano a favore delle elezioni locali del 17 settembre 2017 a Qamishli. Credits to: PYD/Syria Direct.

Sostenitori del partito curdo PYD marciano a favore delle elezioni locali del 17 settembre 2017 a Qamishli. Credits to: PYD/Syria Direct.

Non bisogna però dimenticare che Idlib non è solo roccaforte di HTS, ma anche una vasta provincia che ospita, secondo stime approssimative, oltre 2 milioni e mezzo di civili e sfollati interni, che hanno trovato rifugio a Idlib dopo innumerevoli “evacuazioni” imposte dal regime siriano alle popolazioni dei territori ribelli riconquistati attorno a Damasco e ad Aleppo, in quelli che l’ONU ha definito trasferimenti forzosi e pertanto crimini di guerra (l’ultimo trasferimento risale a pochi giorni fa e riguarda il quartiere damasceno di Al-Qadam).

Il timore è che la definizione di Idlib come zona di de-conflitto non impedisca, in nome della lotta al terrorismo, una massiccia offensiva governativa, tra l’altro da tempo annunciata. Infatti nei giorni scorsi sono ripresi massicci bombardamenti aerei siriani e russi su diverse città di Idlib, come Khan Shaykhun (teatro ad aprile dell’attacco chimico al sarin), Kafranbel e Alteh, che hanno portato a decine di morti civili e alla distruzione di almeno quattro ospedali e di una delle sedi della Protezione Civile Siriana (qui il video), cui si aggiungono raid aerei sui villaggi a sud di Aleppo, a nord di Hama e attorno a Damasco, sebbene siano zone di de-conflitto. Il futuro di Idlib, e dei suoi civili, resta pertanto ancora incerto, sebbene tutto sembri indicare che sarà il prossimo terreno di scontro.


Uno degli ospedali colpiti e distrutti da un raid russo a Idlib. Credits to: Moaz Shami.

Ad essere escluse dalle zone di de-conflitto sono le province di Deraa e Quneitra, interessate però da un accordo separato tra Stati Uniti e Russia; qui sono state dispiegate forze della polizia militare russa per controllare il cessate il fuoco avviato il 9 luglio, dopo lo smantellamento del programma americano a sostegno dei ribelli del sud della Siria.

Nel frattempo, Iran, Russia e Turchia hanno iniziato a discuetere sull’istituzione di comitati nazionali di riconciliazione in Siria, che saranno oggetto del prossimo round di colloqui previsto ad Astana per fine ottobre. Vale la pena ricordare che i colloqui di Astana non sono un processo di risoluzione politica del conflitto, ma di cessazione delle ostilità. Come sottolineato dall’Inviato Speciale ONU per la Siria, Staffan De Mistura, completato il processo di Astana i colloqui politici riprenderanno a Ginevra, in quanto fermare le violenze e sconfiggere ISIS non significa terminare il conflitto: è necessaria una soluzione politica.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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