Quest’anno in America Latina ci saranno importanti cambiamenti, come la fine del potere della famiglia Castro a Cuba e la possibile sconfitta per Maduro in Venezuela. Cosa aspettarsi dal 2018 latino americano?

Nel 2018 in America Latina si svolgeranno importanti appuntamenti elettorali come le presidenziali in Messico, Brasile, Paraguay, Cuba e Costarica. A ottobre si voterà in Perú per le elezioni regionali comunali, nel El Salvador si voterà per le elezioni legislative e infine nell’ultimo trimestre dell’anno si voterà in Venezuela, anche se ancora non c’è una data certa.

Nel 2018 quindi oltre 400 milioni di persone saranno chiamate alle urne per scegliere gli uomini e le donne che guideranno i destini dei loro paesi. Probabilmente ci saranno sorprese, come è successo in Cile e in Honduras dove hanno vinto i conservatori Sebastián Piñera e Juan Orlando Hernández Alvarad. Senza dubbio alcuni temi saranno vitali in questi paesi: la corruzione, la delinquenza e la violenza, con un enorme e profondo scontento per la democrazia e una crescente frustrazione per le condizioni economiche. Questi problemi possono portare a risultati elettorali molto diversi.

I più importanti paesi del continente (Argentina, Brasile, Messico e Venezuela) appartengono anche a diverse organizzazioni internazionali. Argentina Brasile e Messico sono membri del G20. Il Brasile è membro dei paesi BRIC con Cina, Russia e India. Il Venezuela è membro dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e alleato dell’Iran.

Entrando più nello specifico delle questioni elettorali, il Costarica inaugurerà la stagione elettorale con le presidenziali del 4 febbraio con 12 candidati presidenti che si contenderanno la poltrona dell’attuale presidente Luis Guillermo Solis del PAC (Partido Acción Ciudadana). In caso di ballottaggio si voterà anche il 1° aprile. Il PAC ha scelto come candidato Carlos Alvarado del centrosinistra, il suo avversario sarà Antonio Álvarez Desanti del PLN (Partido de LIberacion Nacional).

In Paraguay si voterà il prossimo 22 aprile per le presidenziali. L’attuale presidente del Paraguay è Il presidente Horacio Cartes dell’ANR-PC che non si ripresenterà alle elezioni. Il Paraguay si appresta così ad affrontare le elezioni presidenziali con il senatore dissidente Mario Abdo Benítez, candidato presidenziale dell’ANR-PC, il partito di maggioranza mentre nel PLRA, il partito d’opposizione, è stato candidato l’avvocato Efraín Alegre.

Un altro importante appuntamento elettorale del 2018 è sicuramente quello cubano: il processo elettorale era già iniziato nel novembre del 2017, e nel 2018 verranno decise le modalità di sostituzione alla presidenza di Raúl Castro, dando vita ad una nuova era nell’isola caraibica. La transizione della leadership cubana durerà fino ad aprile.

Nel 2018 si vota anche nei paesi più influenti dell’America Latina come la Colombia, che il 27 maggio voterà per il primo turno delle presidenziali, mentre il secondo turno (se necessario) si terrà il 17 giugno. Per la Colombia le elezioni presidenziali di maggio rappresenteranno un referendum sugli accordi di pace stipulati tra l’attuale Governo e le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia Ejercito del Pueblo). L’attuale presidente della Colombia è Ivan Manuel Santos del Partido Social de Unitad Nacional, che lascerà il suo incarico il prossimo 7 agosto. Santos è stato firmatario dell’accordo di pace con le FARC-EP ratificato dal Congresso il 30 settembre del 2016.

L’Avana 23 Settembre 2015: Il presidente cubano Raúl Castro presiede lo storico incontro tra il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il leader delle FARC Timochenko / credits: EFE

Il principale candidato di queste presidenziali è Sergio Fajardo della Coalicion Colombia. Al secondo posto c’è Germán Vargas Lleras, candidato del Movimiento Mejor. Gli alti candidati sono: Claudia Lopez Hernandez dell’Alianza Verde, Humberto de la Calle del Partido Liberal, Ivan Doque del Centro Democratico e Gustavo Petro del Movimiento Progressistas. In queste elezioni per la prima volta le FARC-EP presenteranno una lista elettorale e come candidato alla presidenza Rodrigo Londono alias Timochenko.

In Brasile il 7 ottobre si terranno le elezioni presidenziali. Il super favorito è l’ex presidente (2003-2011) Lula d Silva del PT (Partido de los Trabajadores), attualmente condannato in primo grado per corruzione (se fosse condannato in via definitiva dovrebbe rinunciare a candidarsi). Al secondo posto troviamo Marina Silva della Rede Sustentabilidade e Jair Balsonaro del Partido Social Cristiano. Un altro candidato alla presidenza brasiliana è Geraldo Alckmin del PSDB (Partido de la Social Democracia Brasilena). Resta da vedere se Temer sarà di nuovo candidato anche se il suo fragile stato di salute gli rende difficile competere per la rielezione.

Importanti sono anche le elezioni presidenziali in Messico che dovranno decidere il successore di Enrique Peña Nieto, il cui mandato cesserà il primo dicembre del 2018. In questa tornata elettorale si voterà per il presidente della Repubblica, 128 senatori, 500 deputati e due dei nove governatori. In Messico dopo 25 anni di crescita economica deludente potrebbero portare gli elettori messicani a votare il populista Andrés Manuel López Obrador appoggiato dal MoReNa (Movimiento de Regeneracion Nacional) e dal PT (Partido Trabajo). Il PRI (Partido Revolucionario Institucional), il partito di governo, ha finalmente svelato quello che sarà senza ombra di dubbio il suo candidato: si tratta di José Antonio Meade Kuribreña, l’ex-ministro delle Finanze.

credits: Cuartoscuro

Infine l’anno si chiuderà con le elezioni presidenziali in Venezuela. Il 31 ottobre 2018, scadrà il mandato del presidente Maduro. Anche se non c’è una data ufficiale, queste elezioni potrebbero significare l’uscita di Maduro dalla presidenza venezuelana come per il suo partito il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela). La grave crisi politica e economica del Paese è sfociata in violenza, l’opposizione (Mesa de la Unidad Democratica) e la comunità internazionale non hanno riconosciuto la validità delle elezioni regionali del 15 ottobre 2017, in cui il PSUV ha ottenuto 18 dei 23 distretti del Paese.

L’America Latina degli ultimi mesi si è spostata a destra, con la vittoria di partiti conservatori e liberisti in paesi come Argentina, Paraguay e Brasile. Una delle prime conseguenze è stata l’espulsione del Venezuela dal Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay), a causa della sua deriva anti-democratica.

Inoltre con l’avvicinamento del Mercosur all’Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Perú e Cile) pesa il fatto che il Brasile è ora governato da Michel Temer e l’Argentina da Macri, favorevoli ad accordi commerciali, mentre i loro predecessori erano fortemente contrari ad accordi con i paesi dell’Alleanza dl Pacifico a causa della concorrenza con il Messico. Il Brasile è il leader delle iniziative di Unasur (Unión de naciones suramericanas) e Mercosur e afferma che entrambi i progetti non sono conflittuali, ma complementari.

L’Unasur è nata nel 2008 dall’integrazione di due preesistenti unioni doganali Mercosur e del Can (Comunidad Andina) composta da Colombia, Perú, Ecuador, Bolivia. Il Messico è invece rimasto a lungo estraneo al contesto regionale essendo più interessato al NAFTA con Canada e Stati Uniti. Il Mercosur invece ha portato avanti ma senza troppo successo anche gli accordi di libero scambio con l’Unione Europea.

Un incontro dell’Unasur del 2015 / credits: coha.org

Altri cambiamenti importanti a livello politico sono arrivati tra paesi dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), che è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica per il “socialismo del XXI secolo” tra i paesi dell’America Latina e i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba insieme all’Ecuador, Bolivia e Nicaragua in alternativa all’ALCA (Área de libre comercio de las Américas), voluta dagli Stati Uniti e composta da 34 paesi latinoamericani. Il cambio generazionale dei leaders dell’ALBA ha sicuramente indebolito la loro influenza nella regione in contrapposizione proprio con gli Stati Uniti e il Brasile. Il quadro politico dell’America Latina sta cambiando radicalmente, con la fine di un ciclo politico di tendenza di centrosinistra.

Queste elezioni interessano anche le superpotenze globali. La Cina ha avviato trattative commerciali con diversi Stati dell’America Latina, limitando l’influenza economica degli Stati Uniti. Il governo cinese non ha una politica interventista e di interferenza negli affari di altri paesi, né promuove esplicitamente il rovesciamento di governi avversi, come hanno fatto gli Stati Uniti per 150 anni in un’area geopolitica che storicamente viene considerata “cortile di casa”.

La nuova policy “isolazionista” del presidente americano Trump, con il suo ritiro dal TPP – Trans-Pacific Partnership, un accordo commerciale tra gli Stati Uniti e 11 paesi dell’Asia e dell’America Latina che era destinato in parte a frenare la crescente influenza della Cina nel mondo – sta regalando proprio alla Cina ampi spazi per promuovere la propria influenza geopolitica nella regione.

Il presidente messicano Enrique Peña Nieto con Donald Trump, settembre 2016 / credits: Getty Images

Da non sottovalutare anche la decisione di Trump di ritirarsi dall’Accordo sul clima di Parigi per combattere il riscaldamento globale. A favore di Pechino ci sono stati anche i viaggi in America Latina del presidente cinese Xi Jinping per promuovere accordi commerciali, mentre Trump non ne ha ancora fatto nessuno. Trump ha inoltre promesso di costruire un muro sul confine meridionale degli Stati Uniti e minaccia di ritirarsi dall’Accordo di libero scambio nordamericano con Canada e Messico. Bisognerà tenere d’occhio anche le scelte della Casa Bianca per capire che 2018 sarà in Sud America.

di Alberto Galvi
Redazione
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