La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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L’incontro tra vertici militari turchi e russi e il sincronismo con l’operazione russa a Idlib segnala un’intesa tra le due potenze che va a discapito dei curdi, ma non solo.

La nuova operazione turca nel cantone di Afrin, in cui si stima ci siano tra 8mila e 10mila YPG curdi, giunge a seguito dell’inizio dell’addestramento da parte della Coalizione a guida USA dei curdi delle SDF (a maggioranza YPG) per creare una nuova forza di confine di 30mila soldati da dispiegare lungo l’area controllata dalle SDF nel Rojava. Di fronte a questo rinnovato sostegno americano al nemico numero uno della Turchia, il ministro della Difesa turco Nurettin Canikli ha dichiarato che “tutti gli elementi terroristici nel nord della Siria saranno eliminati. Non c’è alternativa“.

Situazione ad Afrin aggiornata al 19/01/2018. Credits to: Middle East Eyes.

Situazione ad Afrin aggiornata al 19/01/2018. Credits to: Middle East Eye.

L’operazione, dal nome Ramo d’ulivo, è iniziata venerdì 19 gennaio con bombardamenti d’artiglieria lanciati dal confine turco, proseguendo sabato con intensi raid aerei e domenica con l’avvio di operazioni di terra che coinvolgono l’esercito turco e migliaia di combattenti siriani dell’FSA (l’Esercito Siriano Libero) dispiegati da Ankara lungo il confine e lungo il fronte est di Afrin. Ai ribelli si aggiungono le postazioni turche a sud di Afrin, lungo il confine con Idlib, lì dispiegate in base agli accordi di Astana. Lo scopo, secondo il Primo Ministro turco Binali Yildirim, è creare una zona cuscinetto di 30 km. L’YPG dal canto suo ha risposto lanciando colpi d’artiglieria su Kilis, in Turchia. Si registrano pertanto vittime da ambo le parti.

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Afrin è il terzo cantone del Rojava ma è isolato e il progetto dell’YPG di annetterlo per creare un Kurdistan è naufragato con l’operazione turca Scudo sull’Eufrate del 2016, che grazie ai ribelli siriani aveva sconfitto ISIS lungo il confine, con la conquista di al Bab, e preso il controllo di oltre 2mila kmq di territorio tra Afrin e il Rojava.

Colonne di fumo si alzano da Afrin dopo i bombardamenti turchi, 20/01/2018. Credits to: Abaca/Depo.

Colonne di fumo si alzano da Afrin dopo i bombardamenti turchi, 20/01/2018. Credits to: Abaca/Depo.

L’operazione turca ha scatenato le reazioni avverse sia degli Stati Uniti, che pur informati dalla Turchia prima dell’inizio dei raid aerei, avvertono di un peggioramento della situazione, sia dell’ONU, che per bocca di Stephane Dujarric, portavoce del Segretario generale, ha messo in guardia contro altre attività militari in Siria che danneggerebbero i civili, dato che ad Afrin ci sono anche migliaia di sfollati e rifugiati.

Anche migliaia di curdi sostenitori dell’YPG hanno protestato contro l’intervento turco, sfilando per le strade di Afrin con banner e poster inneggianti al leader turco del PKK Abdullah Ocalan, sottolineando ancora una volta la loro affiliazione al PKK e la distanza dal tessuto politico della Siria.

I curdi siriani sostenitori dell'YPG portano ritratti raffiguranti il fondatore e leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Ocalan, durante la marcia anti-Erdogan ad Afrin, 18/01/2018. Credits to: Reuters/Getty Images.

I curdi siriani sostenitori dell’YPG portano ritratti raffiguranti il fondatore e leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Ocalan, durante la marcia anti-Erdogan ad Afrin, 18/01/2018. Credits to: Reuters/Getty Images.

Anche Damasco si oppone, minacciando di abbattere i caccia turchi, sebbene anche il regime siriano osteggi la formazione di un Kurdistan. Tuttavia, sono i russi a controllare lo spazio aereo di Afrin e Assad non rischierebbe lo scontro senza il benestare russo. Per questo la Turchia, prima di coinvolgere l’aviazione, ha inviato il suo capo di Stato maggiore Hulusi Akar e il capo dei servizi segreti Hakan Fidan a Mosca, in cerca di approvazione per una campagna aerea su Afrin, nell’ambito di colloqui con Russia e Iran.

Ad Afrin ci sono infatti anche 180 osservatori e militari russi, dispiegati nella base di Kafr Jannah in base agli accordi di Astana, che la Russia – nonostante le prime smentite – ha fatto ripiegare lontano dalla zona colpita dall’operazione turca, dopo l’incontro di Mosca.

Obici turchi bombardano Afrin, 18/01/2018. Credits to: Reuters.

Obici turchi bombardano Afrin, 18/01/2018. Credits to: Reuters.

Ciò indica un coordinamento tra le due potenze: da un lato la Russia non ha condannato l’operazione turca e anzi ha di fatto dato il suo benestare ai raid aerei turchi, ignorando le minacce di Assad a riguardo; dall’altro l’avvio dei bombardamenti su Afrin ha corrisposto allo stop della controffensiva dei ribelli siriani – sostenuti dalla Turchia – che nel sud di Idlib avevano contrattaccato all’assalto del fronte governativo siriano e dei russi, stop da cui ne è conseguita la riconquista da parte del regime dell’aeroporto militare di Abu al-Duhur, proprio nelle stesse ore in cui ad Afrin cominciavano i raid aerei turchi. Sembrerebbe dunque esserci un accordo tra Turchia e Russia per concedersi a vicenda mano libera ad Afrin e Idlib rispettivamente, come peraltro denunciano i comandi YPG.

Non sarebbe la prima volta che Turchia e Russia raggiungono simili compromessi militari. Era avvenuta la stessa cosa proprio con l’intervento turco nel nord della Siria di Scudo sull’Eufrate nell’agosto 2016, quando la Russia diede il suo consenso all’operazione in cambio del via libera per la riconquista di Aleppo est, dove la Turchia interruppe il sostegno ai ribelli permettendone la sanguinosa capitolazione.

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L’operazione dunque segna ancora una volta non solo l’intesa tra Ankara e Mosca e quindi la riduzione dell’ostilità turca verso il regime di Assad, in nome di più prioritari interessi anti-curdi, ma anche una nuova faglia nei rapporti con gli Stati Uniti, di cui la Turchia non si fida più.

Un carro armato turco arriva a una base militare nella città di confine di Reyhanli, vicino al confine siriano nella provincia di Hatay, in Turchia, il 17 gennaio 2018. Credits to: REUTERS/Osman Orsal.

Un carro armato turco arriva a una base militare nella città di confine di Reyhanli, vicino al confine siriano nella provincia di Hatay, in Turchia, il 17 gennaio 2018. Credits to: REUTERS/Osman Orsal.

In questo scenario sono due le implicazioni da rilevare: la prima è la fragilità delle aspirazioni indipendentiste dell’YPG che vede il suo sogno di Kurdistan ostacolato non solo dai nemici ma anche dai supposti alleati, come la Russia e gli Stati Uniti. Infatti, sebbene il primo ufficio all’estero del Rojava sia stato aperto proprio a Mosca nel febbraio 2016, il Kurdistan non è una priorità per la Russia, che anzi a sostenerlo entrerebbe in rotta di collisione non solo con la Turchia, ma anche con l’alleato iraniano, che non può permettere un Kurdistan indipendente avendo anch’esso entro i suoi confini comunità curde storicamente represse.

D’altro canto, il Kurdistan non è priorità nemmeno per gli Stati Uniti, che hanno sì sfruttato le milizie YPG come forza proxy sul terreno in chiave anti-ISIS, ma che non hanno mai promesso sostegno per un Kurdistan indipendente e che non avendo alcuna presenza ad Afrin non correranno in soccorso all’YPG.

La seconda implicazione è l’evidente dipendenza delle parti siriane dai loro sponsor internazionali: il fatto che la Turchia abbia dispiegato combattenti FSA lungo Afrin, mentre la roccaforte FSA di Idlib è sotto attacco governativo e dove 2,6 milioni di civili rischiano il bagno di sangue, è indice di quanto questi dipendano da Ankara, sebbene i comandi FSA abbiano dichiarato che il loro scopo è riprendersi le città arabe cadute in mano all’YPG curdo – anche grazie al sostegno russo – a cominciare dalla strategica Tel Rifaat. Allo stesso modo, questi sviluppi dimostrano anche quanto il regime siriano dipenda da Mosca al punto tale da non poter avviare operazioni militari né rispondere a quella che considera “un’aggressione alla sovranità della Siria” senza il benestare e il sostegno russo. Tristi segnali di quanto le sorti del conflitto siano nelle mani delle potenze straniere.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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