Dopo ormai 10 mesi di trattative, la Bosnia Erzegovina non ha ancora un governo. La spartizione dei dicasteri da parte dei leader dei tre partiti nazionalisti bosniaci – Milorad Dodik dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), Bakir Izetbegović del Partito d’Azione Democratica (SDA) e Dragan Čović dell’Unione Democratica Croata (HDZ) – non è risultata sufficiente a risolvere lo stallo istituzionale.

Il Paese, ricordiamo, è diviso in tre entità territoriali: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e il Distretto di Brčko. La particolare composizione tripartita dello Stato bosniaco si riflette anche nelle sue istituzioni. La Presidenza è infatti un organo collegiale composto dai rappresentanti dei tre principali gruppi etnici del Paese: bosgnacchi o bosniaci musulmani (SDA), serbi (SNSD) e croati (HDZ).

Mappa della Bosnia. Credits to: Treccani.

Il principale ostacolo alla formazione del nuovo esecutivo è costituito dalla mancanza di un accordo tra le parti sull’adesione della Bosnia alla NATO.

I vertici NATO, in seguito alle elezioni legislative dello scorso ottobre, hanno deciso di accorciare i tempi ed uscire da un’impasse prolungatasi per troppo tempo, invitando la Bosnia ad adottare il Membership Action Plan.

All’epoca del primo avvicinamento dell’ex Repubblica jugoslava all’Alleanza Atlantica, avvenuto nel 2006, si parlava di una possibile adesione entro il 2011-2012. Il ritardo sulle previsioni è dovuto all’inadempienza bosniaca nei confronti delle condizioni preliminari poste dalla NATO, che chiedeva venisse effettuato un censimento di tutte le proprietà militari presenti sul territorio.

Una volta censite, esse sarebbero dovute passare sotto la gestione delle autorità federali. Particolarmente contraria al soddisfacimento di quest’ultima condizione è la Republika Srpska (serbo-bosniaci), convinta che le infrastrutture militari debbano rimanere in mano alle singole entità, detentrici dei legittimi diritti di proprietà.

Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, rinnovando il sostegno a Sarajevo ha dimostrato la disponibilità a chiudere un occhio sulla questione nel tentativo di rinvigorire un processo di adesione impantanato da oltre un decennio.


Conferenza stampa del Segretario Generale NATO Jens Stoltenberg, 26 giugno 2019.

Alle sollecitazioni NATO, si aggiungono poi quelle delle istituzioni europee. In occasione della riunione del Consiglio UE di metà giugno – durante la quale si è deciso di congelare temporaneamente i dossier di Montenegro, Serbia, Turchia, Macedonia del Nord, Albania, Bosnia Herzegovina (BIH) e Kosovo – è stata sottolineata la necessità, da parte della BIH, di formare in tempi brevi il nuovo governo per non rischiare di rallentare eccessivamente l’implementazione delle riforme utili ad avvicinare il Paese all’Unione. A chiudere il cerchio ci ha pensato poi Miroslav Lajčák, presidente di turno dell’OSCE, che al termine di una visita di due giorni (19-20 giugno), ha voluto ribadire l’importanza di evitare ulteriori ritardi al processo di riforma.

L’affondo operato da UE e NATO avrebbe come obiettivo l’indebolimento del legame russo con i Balcani. Fatta eccezione per la Serbia, bastione filorusso al momento inespugnabile, la Bosnia, o meglio Milorad Dodik, portavoce informale del Cremlino nella regione e – secondo le parole di Izetbegović – principale artefice della crisi politica che sta attraversando il Paese, rimane l’ultimo elemento che rende possibile l’azione di sabotaggio delle ambizioni euro-atlantiche delle repubbliche ex-jugoslave.

Johannes Hahn, Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento (Bosnia inclusa). Credits to: N1.

Accolto sotto i migliori auspici, l’accordo su dodici principi per la formazione del nuovo governo centrale, firmato ad inizio agosto, si è invece rivelato l’ennesimo passo falso. All’avvicinarsi della scadenza del periodo di validità dell’accordo – della durata di trenta giorni – le diverse posizioni sull’orientamento geopolitico del Paese sembrano quanto mai distanti.

Sembra dunque corretta la previsione di Čović (HDZ) che in una recente intervista, oltre a smentire le voci che insistentemente indicavano il Partito Democratico Serbo (SDS) come nuovo alleato del Partito d’Azione Democratica e dell’Unione Democratica Croata, ha affermato che l’attesa per novità sostaziali si prolungherà fino al 14 settembre, primo giorno di presidenza del SDA.

di Riccardo Stifani
Riccardo Stifani
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