In.side è la nostra rubrica sulle inchieste internazionali che meritano di essere raccontate. Inchieste di cui difficilmente sentirete parlare i media italiani. Il nostro modus operandi sarà questo: vi introdurremo gli argomenti delle inchieste, e vi daremo i link per poter andare ad approfondirle nelle pagine e sui giornali di chi le ha prodotte.

Un’inchiesta del giornalista investigativo Nafeez Mosaddeq Ahmed, pubblicata su Le Monde Diplomatique e basata su documenti interni dell’amministrazione americana divulgati da Wikileaks, rivela i retroscena della politica americana in Siria sin dall’inizio del conflitto e l’interesse, nel lungo termine, alla sopravvivenza del regime siriano e dei sui apparati di sicurezza.


 

Secondo un’inchiesta investigativa del giornalista Nafeez Mosaddeq Ahmed* pubblicata su Le Monde Diplomatique, documenti militari del 2011 rivelano che, sebbene gli Stati Uniti auspicassero a parole la caduta del regime siriano, non solo lo ritenevano improbabile, ma speravano che se Bashar al-Assad fosse stato rovesciato, non sarebbe stato sostituito da un’opposizione democratica, ma piuttosto dalla stessa struttura di potere alawita-baathista del regime siriano. Il risultato finale sarebbe stata la decimazione dell’opposizione democratica, il consolidamento delle forze islamiste e la conservazione del regime.

Che è esattamente quanto accaduto.

Nonostante le teorie del complotto della propaganda siriana e russa che vedrebbe le proteste pacifiche del 2011 come un piano della CIA per rovesciare “l’unico governo laico del Medio Oriente”, il corso stesso del conflitto e le politiche americane in Siria suggeriscono in realtà l’opposto, tanto che oggi il regime siriano non solo è ancora al potere ma gli Stati Uniti si sono deliberatamente disimpegnati dal conflitto lasciandone la gestione alla Russia.

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si stringono la mano prima dell'incontro bilaterale presso la sede delle Nazioni Unite il 28 settembre 2015 a New York. Ccredits to: Dmitry Azarov/Kommersant Photo via Getty Images.

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si stringono la mano prima dell’incontro bilaterale presso la sede delle Nazioni Unite il 28 settembre 2015 a New York. Credits to: Dmitry Azarov/Kommersant Photo via Getty Images.

Avevamo visto qui e qui come le politiche USA in Siria degli ultimi anni tradiscano la volontà di far rimanere il regime al potere; basti pensare alla retromarcia di Obama che nonostante le minacce non intervenne dopo l’uso del sarin su Ghouta nel 2013, alla fine del programma di addestramento ai ribelli, agli incontri di alto livello tra CIA e servizi segreti siriani, al messaggio dell’ambasciata USA ai ribelli di Deraa con cui questi venivano abbandonati di fronte all’offensiva governativa, al simbolico attacco missilistico in Siria dopo l’ennesimo uso di armi chimiche del regime condotto previo coordinamento con i russi proprio per evitare un vero attacco militare, tanto per citare alcune delle scelte, sia dell’amministrazione Obama che Trump, di non intervenire in Siria.

Ma per la prima volta sono emersi documenti che tracciano lo sviluppo di queste politiche. I documenti di Wikileaks sono bozze del dipartimento di intelligence dei Marine Corps degli Stati Uniti (USMC), prodotti congiuntamente con analisti della società di intelligence privata Stratfor, di cui si avvalgono i servizi americani.

“L’opposizione siriana non riuscirà a rovesciare il regime”

Questi documenti suggeriscono che sia all’inizio che in una fase successiva del conflitto siriano, i funzionari militari statunitensi non hanno dato credito alle aspirazioni democratiche dei manifestanti siriani, scegliendo di usarli come strumento per arginare l’espansione dell’influenza iraniana nel Paese. Il rovesciamento del regime fu liquidato come uno scenario altamente improbabile, con i funzionari che sottolineavano come la sopravvivenza di una struttura governativa baathista autoritaria – con o senza Assad – fosse inevitabile.

“Assad o bruciamo il Paese”., il motto delle forze governative siriane e delle milizie paramilitari del regime in uno dei tanti graffiti scritti per le città siriane. Questo è Homs. Credits to: Bellingcat.

In particolare, in un documento allegato ad un’email del 21 settembre 2011, si legge:

Il regime siriano alawita-baathista guidato dal presidente Bashar al Assad si indebolirà in modo significativo nei prossimi tre anni, ma è improbabile che il suo punto di rottura sia imminente. Le frammentate forze di opposizione in Siria difficilmente, in questo lasso di tempo, supereranno i loro limiti logistici che gli impediscono di porre una minaccia significativa al regime […] Non si può escludere la possibilità che il regime crolli, ma la strada per un cambio di regime sarà lunga e sanguinosa”.

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Il documento sottolinea che:

L’opposizione in Siria non ha ancora i numeri, l’organizzazione o le capacità complessive per sopraffare le forze del regime”.

La minaccia dall’interno del regime?

La minaccia più probabile che il regime dovrà affrontare verrà dall’interno [sotto forma di] un tentativo da parte di ufficiali di alto rango e dell’élite imprenditoriale e militare del regime di organizzare un colpo di stato” contro Assad, dovuto all’indebolimento di quest’ultimo.

Questo documento del settembre 2011 aiuta a contestualizzarne un altro del dicembre 2011 in riferimento ad un incontro tra funzionari dell’intelligence militare statunitense che esclusero una campagna aerea in Siria, optando per un addestramento delle forze di opposizione per “tentare di spezzare le forze alawite, provocandone il collasso dall’interno”.

Appare chiaro dunque, secondo l’inchiesta, che gli alti strateghi della difesa degli Stati Uniti non immaginavano una vittoria democratica per l’opposizione, ma speravano di creare una pressione sufficiente per un collasso delle “forze alawite dall’interno”, innescando un colpo di stato alawita contro Assad. In altre parole, l’opposizione era vista come uno strumento temporaneo, da scartare una volta che l’obiettivo di garantire una struttura baathista autocratica più “amichevole” fosse stato raggiunto.

I documenti dell’intelligence dell’USMC rilevano che, nonostante il crescente desiderio tra gli alleati degli Stati Uniti per un’alternativa ad Assad, nessuno voleva davvero “sporcarsi le mani” cercando di rovesciarlo.

Il sostegno (indiretto) alle fazioni islamiste per indebolire l’Iran

Il timore più grande dei funzionari militari USA era la prospettiva che l’Iran espandesse la sua influenza geopolitica in Siria. Il documento auspica che gli Stati Uniti lavorino con i loro alleati regionali nel sostenere i gruppi islamisti per contrastare l’Iran:

La Turchia, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e altri Stati hanno un interesse comune nel cercare di minare seriamente l’influenza dell’Iran nel Levante e di Hezbollah in Libano. La Turchia, in particolare, è il Paese con la maggiore influenza sulla Siria nel lungo termine e ha interesse a vedere questo territorio tornare in mano ai sunniti.”

Pur riconoscendo che i gruppi di opposizione probabilmente non riusciranno a rovesciare Assad, il documento valuta che potrebbero essere mobilitati per contrastare l’influenza iraniana. Si accettava che ciò avrebbe rafforzato le forze islamiste all’interno dell’opposizione siriana, piuttosto che le forze democratiche e laiche:

La Turchia non ha buone opzioni né la possibilità di effettuare cambiamenti in Siria in tempi brevi, ma tenterà gradualmente di creare legami con gruppi in Siria, concentrandosi sui gruppi islamici dei Fratelli Musulmani nel tentativo di creare una forza politica islamista in Siria che opererebbe sotto l’egida di Ankara. Ci vorrà del tempo per svilupparsi, ma la dinamica geopolitica della regione indica un progressivo indebolimento della stretta al potere alawita in Siria “.

Truppe turche schierate lungo il confine siriano. Credits to: Le Figaro.

Truppe turche schierate lungo il confine siriano. Credits to: Le Figaro.

Secondo l’inchiesta, la natura antidemocratica della strategia era chiara. Indipendentemente dalle aspirazioni democratiche che guidavano la rivoluzione siriana, i funzionari militari statunitensi hanno lasciato che le potenze del Golfo e la Turchia sostenessero le forze islamiste in Siria per indebolire l’Iran. Il documento dell’agosto 2011 concludeva:

Non prevediamo che l’USMC possa intervenire militarmente in Siria o in Libano con una missione per stabilizzare la situazione. Le dinamiche settarie sono troppo complesse perché gli Stati Uniti possano permettersi di entrare nel conflitto. Al contrario, sarà una crisi regionale che dovrà gestire la Turchia. Dato che la Turchia è ancora all’inizio della sua ascesa regionale, avrà bisogno di un considerevole sostegno da parte dei suoi alleati, ma anche allora è improbabile che possa affrontare efficacemente una crisi del genere nei prossimi tre anni “.

Ciò dimostra che gli obiettivi occidentali in Siria non erano di supporto alla rivoluzione democratica, per paura di non essere in grado di determinarne le conseguenze. In breve, l’Occidente ed i suoi alleati volevano che gli Assad lasciassero il potere, ma non che la rimanente struttura del governo, compreso l’esercito siriano dominato dagli alawiti e dai servizi di sicurezza, fosse rovesciata.

L’analisi dei documenti

L’inchiesta precisa che i documenti non sono decisioni del governo USA, bensì analisi e previsioni; tuttavia non solo danno un’idea della valutazione interna degli alti ufficiali dei servizi segreti militari statunitensi, ma di fatto la politica estera USA in Siria degli anni a venire è la concretizzazione di quelle analisi.

Leggi anche: La Rivoluzione siriana, 5 anni dopo

Per analizzare i documenti, l’autore dell’inchiesta ha consultato il professor Nader Hashemi, direttore del Center for Middle East Studies presso l’Università di Denver, e Danny Postel, Assistant Director del Northwestern University’s Middle East e North African Studies Program. Secondo il prof. Hashemi:

Questi documenti sono coerenti con la linea della politica USA – non solo in Siria, ma nella regione – che ha sempre avuto un’ansia profonda e costante verso ogni forma di democratizzazione, cercando invece di lavorare con partner autocratici e autoritari.”

Secondo Postel, questa ambivalenza ha significato che la strategia americana in Siria non è mai stata impegnata in un serio sforzo per rimuovere Assad:

Se si guarda attentamente a quale sia l’attuale politica americana in Siria, si può vedere che il governo USA non solo ha evitato il cambio di regime, ma ha in effetti perseguito una politica di conservazione del regime”.

Una bandiera siriana sventola vicino a una stazione degli autobus nel quartiere Baramkeh della capitale, Damasco, il 5 novembre 2015. Credits to: Louai Beshara/AFP/Getty Images.

Una bandiera siriana sventola vicino a una stazione degli autobus nel quartiere Baramkeh della capitale, Damasco, il 5 novembre 2015. Credits to: Louai Beshara/AFP/Getty Images.

I documenti confermano che l’indebolimento del movimento civile dell’opposizione e dei Comitati di Coordinamento locali sorti dal basso in tutta la Siria è stata una conseguenza diretta di una strategia statunitense volta a non rovesciare il regime. L’idea era di manipolare l’opposizione, sia militare che civile, per ottenere un nuovo status quo autoritario adatto agli interessi occidentali, dominato da baathisti o islamisti.

Secondo Anand Gopal, giornalista che ha lavorato dentro la Siria:

Sin dall’inizio, gli Stati Uniti hanno cercato di controllare la rivoluzione siriana e la guerra civile per garantire che non ci fossero risultati contrari agli interessi americani. Una rivoluzione di successo in Siria, in particolare una al di fuori del controllo americano, avrebbe avuto effetti profondi in tutta la regione, anche sugli stati-clienti americani. Quindi, anche se agli Stati Uniti Assad non gradiva e avrebbero voluto che si dimettesse, hanno preferito la continuazione del regime a qualsiasi potenziale alternativa rivoluzionaria dal basso. In altre parole, volevano una soluzione tipo lo Yemen alla crisi siriana”.

Quindi, conclude l’inchiesta, l’attuale politica dell’Occidente in Siria non è una sorpresa. La decisione di Trump di tenere le truppe in Siria fino al ritiro delle forze iraniane è coerente con le motivazioni che hanno guidato i funzionari militari sotto l’amministrazione Obama.

Quella visione ristretta ha portato i funzionari ad avallare il sostegno della Turchia ai gruppi islamisti sunniti nel 2011, indipendentemente dalle conseguenze sul nucleo democratico dell’opposizione siriana, ed ad accettare una Siria frammentata in mano in parte ad Assad e in parte agli islamisti.


* Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giornalista investigativo pluripremiato e teorico dei sistemi complessi. Editore fondatore della piattaforma multimediale INSURGE intelligence, scrive per VICE e per The Guardian, Foreign Policy e New Statesman.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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