Questa è la seconda parte di un approfondimento a puntate sul popolo kurdo e sulle radici storiche di tensioni mai sopite.

La prima parte introduttiva la trovate qui.


Il termine «Kurdistan» è controverso. Zuhair Abdul-Malek (sociologo, autore del saggio I Kurdi e il Kurdistan. Tra domande e risposte) sostiene che la parola sia stata utilizzata per la prima volta con l’obiettivo di definire geograficamente uno spazio fisico durante il regno del sultano selgiuchide Sjnjar (1096-1157), con riferimento alla regione montuosa che oggi divide la Turchia e l’Iraq dall’Iran.

David McDowall (autore di A Modern History of the Kurds), servendosi del supporto delle ricerche compiute dall’antropologo olandese Martin Van Bruinessen tra gli anni Novanta e Duemila, arriva alla conclusione che i Kurdi presenti oggi nel Medio Oriente raggiungano approssimativamente i 24/27 milioni. Di questi, almeno 13 milioni vivono in Turchia, rappresentando all’incirca il 23% della popolazione totale.

Area che indica con margini di discrezionalità la regione abitata storicamente dal popolo kurdo, tra Turchia, Iraq, Siria ed Iran – credits: Fondation-Institut kurde de Paris

In Iraq i Kurdi sono circa 4,2 milioni e in Iran intorno ai 5,7 costituendo rispettivamente circa il 23% e il 10% della popolazione. Più di 2 milioni di Kurdi vivono altrove: circa un milione in Siria (prevalentemente lungo il confine con la Turchia), attorno ai 700.000 in Europa, 400.000 nelle ex repubbliche sovietiche, principalmente in Armenia e in Azerbaijan. Abdul-Malek afferma che secondo Abdullah Ghaffur, esperto di geografia kurda, la superficie totale del Kurdistan sarebbe di circa 536.000 kmq. Ma va da sé che non si possono dare numeri precisi in assenza di effettivi confini.

Da un punto di vista topografico i Kurdi sono distribuiti territorialmente in vari centri urbani del Medio Oriente (Ankara, Istanbul, Tabriz e Teheran) ma la maggioranza del popolo kurdo continua a vivere nelle montagne e negli altopiani dove Turchia, Iraq e Iran incrociano i loro confini. Si tratta di territori votati principalmente all’agricoltura.

Il territorio geografico di questa regione si estende sui Monti Zagros e Tauro, allungandosi dalle coste del Mediterraneo al Golfo di Basra, assumendo una grande importanza geografica ed economica, data la fertilità delle sue terre.

All’inizio del XX secolo, la regione divenne importante per la produzione di due beni agricoli: cotone e tabacco. Sino alla fine del XIX secolo la pastorizia e il nomadismo erano stati al centro dell’economia delle tribù kurde e, comunque, quando verso la metà del XX secolo il nomadismo si ridusse o scomparve del tutto, l’allevamento di bestiame continuò ad essere un’attività centrale nell’economia sedentaria kurda.

Oltre alla ricchezza agricola, McDowall sostiene che il recente crescente interesse nei confronti del Kurdistan sia dovuto al fatto che risorse come petrolio e acqua siano diventate sempre più importanti a partire dalla seconda guerra mondiale.

Sotto il profilo linguistico sono due le lingue principali kurde esistenti all’interno di questa regione storica, accompagnate da un ampio e variegato corollario di dialetti minori. I kurdi del Nord parlano principalmente il kurmanji mentre i Kurdi del sud il surani. La ricchezza linguistica si evidenzia anche sotto il profilo religioso. Se è vero che circa il 75% dei Kurdi è fedele alla corrente sunnita dell’Islam, il restante 25% è fedele ad altre tendenze. Circa il 15% dei Kurdi si professa shiita e vive prevalentemente nella provincia iraniana del Kirmanshah. Altra minoranza considerevole è quella degli alevi, presente particolarmente in Anatolia, nella regione del Dersim (centro-ovest dell’odierna Turchia).

Aree dove si parlano dialetti kurdi: Kurmanji (verde scuro); Sorani (verde); Pehlewani (verde chiaro); Zazaki (giallo); Gorani (arancione); aree miste (viola) – credits: Wikimedia Creative Commons

La dottrina degli alevi è basata su una commistione di idee pre-islamiche, Zoroastrismo, dottrine di tradizione shamanica e shiismo. La dottrina che prende il nome di Ahl-i Haqq è principalmente praticata nell’Azerbaijan dell’Ovest, nelle città e nei dintorni di Sulaymaniya, Kirkuk e Mosul. Altra religione praticata nell’area di Mosul è quella denominata Yazidis: una sintesi tra vecchi elementi pagani, Zoroastrismo e influenze manichee, ebree, cristiane e musulmane. Nei territori del Kurdistan sono presenti anche considerevoli minoranze di ebrei e cristiani, oltre ad alcune comunità di assiri nestoriani.

Sulla base di questa introduzione si aprono alcune questioni utili a de-costruire o perlomeno a mettere in dubbio concetti che negli ultimi anni sono andati affermandosi a livello mediatico. Se da un lato è indubbio che la questione kurda si sia legata in alcuni casi a rivendicazioni territoriali, è altrettanto vero che l’aspirazione concreta di un Kurdistan unitario che raggruppi popolazioni sparse in Siria, Turchia, Iraq e Iran è quantomai una costruzione artificiosa piuttosto moderna.

Come vedremo, esistono tentativi di formulazione di entità territoriali indipendenti già dai primi anni del Novecento. Tuttavia, vanno tenute in considerazione le molteplicità delle identità (e rivalità) anche all’interno dei gruppi kurdi stessi, tanto ché per molti motivi, anche diversi tra loro, i kurdi hanno saputo convivere e costruire la propria identità anche in concerto con identità nazionali, religiose, ideologiche differenti.

È interessante riflettere anche sul fatto che è proprio a partire dalla formazione degli Stati nazionali post Impero ottomano dagli anni Venti del Novecento che si è probabilmente definita o, perlomeno, rinforzata la richiesta di uno spazio territoriale o di un riconoscimento come popolo che non avvenisse per mezzo della repressione.

Sembra che, come nel caso degli Armeni che vivevano in Turchia, le aspirazioni indipendentiste e nazionaliste possano essere state costruite a partire dall’esclusione rispetto alla partecipazione nei progetti nazionali che lì si stavano formando.

Soldati kurdi dell’Impero Ottomano (1890 circa) – credits: via Twitter @OttomanArchive

Altro fattore che probabilmente ha contribuito al rafforzamento di un sentimento di appartenenza ad un gruppo omogeneo e che nei decenni successivi ha fatto sì che le comunità kurde mantenessero un certo distacco rispetto alle società in cui erano inserite (soprattutto per quanto riguarda Siria e Turchia) è l’utilizzo che della “questione kurda” venne fatto nel primo Novecento dal Regno Unito.

Percepito come un possibile strumento utile a fungere da contrappeso politico all’Impero Ottomano prima e ai nuovi Stati formatisi dalla sua dissoluzione dopo, la potenza coloniale, promettendo al popolo kurdo autonomia, ha contribuito al consolidamento di questo senso di identità.

È proprio su questo equilibrio tra senso di appartenenza e riconoscimento di diritti e autonomie che si sviluppa la “questione kurda” oggi. Questione non obbligatoriamente legata ad una richiesta finale di indipendenza territoriale da parte del popolo kurdo ma connessa, senz’altro, alla volontà di essere ascoltati globalmente e di essere considerati per le richieste che da decenni vengono portate avanti.

Una breve storia del popolo kurdo può senz’altro risultare utile a riflettere sulle questioni appena sollevate. Nella prossima puntata ne parleremo.

di Niccolò Sparnacci 
Redazione
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