La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.

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Per capire l’impatto della morte del generale iraniano Soleimani occorre tracciare i suoi piani e la scia di sangue che si è lasciato dietro in tutto il Medio Oriente.


Il 4 gennaio 2020 il mondo si è svegliato con la notizia dell’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qassem Soleimani, l’uomo più potente in Iran dopo l’Ayatollah Khamenei e il più temuto in Medio Oriente.

Perchè l’uccisione di Soleimani e perchè ora?

La motivazione data dal Presidente Trump è stata che il generale Soleimani era a Baghdad per pianificare attacchi a diplomatici e militari americani in Libano, Siria e Iraq.

I resti del convoglio colpito da un drone americano che ha ucciso il generale Soleimani, il vice comandante iracheno Muhandis e altre 6 persone. Credits to: handout.

I resti del convoglio colpito da un drone americano che ha ucciso il generale Soleimani, il vice comandante iracheno Muhandis e altre 6 persone. Credits to: handout.

Secondo un’inchiesta della Reuters basata su interviste a fonti della sicurezza irachena e a comandanti della milizia sciita, a metà ottobre il generale Soleimani ha incontrato a Baghdad i suoi alleati iracheni e incaricato il vice comandante Abu Mahdi al-Muhandis – anch’esso morto nel raid statunitense – e altri potenti leader della milizia sciita di intensificare gli attacchi a obiettivi statunitensi nel Paese usando nuove armi fornite dall’Iran, come razzi Katyusha e missili a spalla terra-aria.

Per farlo, avrebbero dovuto creare un nuovo gruppo di paramilitari di basso profilo – sconosciuti agli Stati Uniti e quindi difficili da identificare – e Soleimani avrebbe ordinato alla Kataib Hezbollah – una milizia fondata da Muhandis e addestrata in Iran – di dirigere il nuovo piano.

Alla luce delle crescenti proteste di piazza in Iraq, la strategia di Soleimani mirava a provocare una risposta militare statunitense che avrebbe reindirizzato quella rabbia di piazza verso gli Stati Uniti, sfruttando un attacco straniero per aizzare il nazionalismo e indebolire la protesta anti-governativa.

A quanto pare, l’intelligence statunitense ne era al corrente, da qui gli attacchi a obiettivi iraniani in Iraq e Siria a fine dicembre, cosa che aveva portato le milizie sciite filo-iraniane ad attaccare l’ambasciata americana a Baghdad – da sottolineare che non si è trattato dei manifestanti che da settimane protestano conto il governo e contro la presenza iraniana (e americana) nel Paese.

Da notare anche che gli iracheni addetti alla sicurezza della Zona Verde, quella dove sono le ambasciate a Baghdad, sono uomini scelti da Soleimani e vicini alle forze al Quds. In altre parole, la sicurezza dei corpi diplomatici occidentali è in mano all’Iran, altro motivo di preoccupazione per Washington.

Un membro delle milizie sciite che hanno attaccato l'ambasciata americana a Baghdad. Credits to: AFP/Getty Images.

Un membro delle milizie sciite che hanno attaccato l’ambasciata americana a Baghdad. Credits to: AFP/Getty Images.

Come si è arrivati all’ordine di uccisione?

Sarebbe stato lunedì 30 dicembre a un briefing della Sicurezza Nazionale che, tra i successivi scenari proposti, Trump avrebbe scelto di colpire Soleimani.

Persino persone vicine all’amministrazione americana, come l’ex agente della CIA Marc Polymeropoulos, si chiedono se Trump fosse davvero consapevole delle ripercussioni o se abbia deciso di ignorarle, sta di fatto che la scelta di una soluzione è ricaduta sull’eliminazione del problema alla radice.

Tuttavia non si può capire l’entità dell’accaduto senza capire chi era Soleimani e cosa ha fatto.

Da criminale di guerra a “eroe anti-imperialista”

Essendo stato ucciso da un attacco americano, il sentimento dell’anti-imperialismo americano si è incendiato in tutto l’occidente, meno in Medio Oriente paradossalmente, aizzato dalla retorica del regime iraniano, e purtroppo ripreso senza critica da molti giornali e analisti, di un generale “che ha sconfitto l’ISIS” e che “ha liberato la Siria”, sebbene le cose non stiano così, tanto che migliaia di siriani, iraniani e iracheni hanno festeggiato la morte dell’uomo che ha brutalizzato il Medio Oriente per anni.

Manifestanti iracheni a Baghdad festeggiano la notizia della morte del generale Soleimani. Credits to: AFP.

Manifestanti iracheni a Baghdad festeggiano la notizia della morte del generale Soleimani. Credits to: AFP.

Comandante delle forze al Quds, un corpo d’elite che gestisce le operazioni all’estero e l’espansione egemonica dell’Iran in Medio Oriente e che è nella lista americana delle organizzazioni terroriste per i suoi metodi e per i suoi legami, negli anni, con al Qaeda, il generale Soleimani ha portato sotto il controllo dell’Iran Yemen, Iraq, Siria, Libano e Palestina, realizzando il cosiddetto “corridoio sciita” che gli ha permesso di controllare il Medio Oriente.

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Ciò non è stato però frutto di semplici alleanze, ma di politiche divisorie tra sunniti e sciiti, di repressione delle popolazioni civili e di guerre per procura che insanguinano l’area da decenni.

Infatti, l’eredità che Soleimani lascia in Medio Oriente non è la morte di centinaia di membri dei servizi statunitensi, né l’ondata di omicidi politici che ha progettato negli ultimi due decenni: Soleimani ha lasciato il segno attraverso la barbarie nei confronti dei civili, essendo stato personalmente responsabile della morte di migliaia di persone, comprese le centinaia di civili iracheni uccisi dalle forze di sicurezza irachene negli ultimi tre mesi, che agivano direttamente sotto i suoi ordini.

Soleimani è l’uomo le cui forze sostengono direttamente Hamas in Palestina, gli Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen, gli Assad in Siria.

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Soleimani è l’uomo che gestiva personalmente le operazioni di terra bruciata e di assedio che in Siria hanno portato alla presa di Homs, Hama, Ghouta, Aleppo e in questi mesi di Idlib, dopo aver bombardato, ridotto alla fame, e sfollato forzatamente migliaia di civili, e massacrato casa per casa quanti non sono riusciti a fuggire; operazioni nelle quali sono stati commessi crimini contro l’umanità e di guerra, tutto in nome della lotta all’ISIS, anche laddove ISIS non c’era.

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Soleimani è l’uomo che ha lasciato deliberatamente Palmira scoperta, nel maggio 2015, spostando tutte le truppe ad Aleppo, permettendo consapevolmente ad ISIS di conquistarla. Per 10 mesi ISIS poté distruggere Palmira senza che né le forze di Soleimani né di Assad sparassero un colpo, per riprenderla.

Soleimani è l’uomo che ha reclutato, a volte a forza, centinaia di mercenari afghani e pakistani, creando milizie ad hoc per loro, per combattere in Siria.

Dire che Soleimani ha sconfitto l’ISIS in Iraq e Siria, lui che negli anni aveva intessuto una pragmatica relazione con al-Qaeda in Iran in chiave anti-americana e anti-saudita, lui che ha concentrato i suoi sforzi per sconfiggere i ribelli in Siria, non ISIS, dando priorità alla salvaguardia del regime di Assad, è quanto meno improprio.

La brutalità delle politiche di Soleimani in Iraq è stata altrettanto responsabile della creazione delle condizioni materiali di cui ISIS ha avuto bisogno per prosperare, come fece a suo tempo l’invasione di Bush in Iraq.

Soleimani è l’uomo che attraverso tutto questo ha permesso all’Iran di assurgere a indiscussa potenza regionale, di tutelare i propri interessi e portare avanti con successo gli obiettivi di Teheran. Per questo è considerato un eroe nazionale, almeno dai settori sciiti più conservatori, in quanto ha servito il suo Paese, o meglio il suo regime, garantendone l’espansione oltre confine.

Manifestanti a Teheran marciano per la morte del generale Soleimani. Credits to: Abedin Taherkenareh/EPA.

Manifestanti a Teheran marciano per la morte del generale Soleimani. Credits to: Abedin Taherkenareh/EPA.

Ma a quale prezzo?

Centinaia di migliaia sono morti a causa del ruolo di Soleimani nel realizzare gli obiettivi regionali dell’Iran. Il suo coinvolgimento in questi Paesi ha avuto un impatto diretto sulle aspirazioni democratiche di curdi, siriani, iraniani e altre minoranze oppresse nella regione. 

Non stupisce dunque vedere civili iracheni, siriani e iraniani gioire per la morte di un criminale di guerra, contraltare delle migliaia di persone che lo piangono nelle strade in Iran e che fa capire la complessità dell’accaduto.

Ciò non vuol dire accettare o condonare quella che è stata l’esecuzione extragiudiziaria da parte degli USA di una figura politica di rilievo di un Paese straniero, un casus belli perfetto. Se Soleimani era un artefice di destabilizzazione in Medio Oriente, lo stesso si può dire di Trump, che con le sue azioni impulsive, spesso scellerate e non coordinate con gli apparati di sicurezza americani, e senza una strategia di lungo termine, rischia di fare più danni che altro.

E ora?

È difficile prevedere in questa fase come reagirà l’Iran, che ha giurato vendetta, ma è improbabile lo scoppio di un conflitto aperto, men che meno mondiale. È più probabile che l’Iran colpisca obiettivi americani nella regione e che inasprisca la repressione in casa e la morsa in Iraq e Siria, o che sfrutti, come fatto in passato, gruppi terroristici per i suoi scopi.  

L'Ayatollah Khamenei visita la famiglia del generale Soleimani per porgere le condoglianze. Credits to: AFP/Getty Images.

L’Ayatollah Khamenei visita la famiglia del generale Soleimani per porgere le condoglianze. Credits to: AFP/Getty Images.

Soleimani era un intimo dell’Ayatollah Khamenei, un uomo attorno al quale c’era un culto reverenziale da parte dei suoi uomini, aveva un carisma raro e non sarà facilmente sostituibile. L’impatto che avrà sulle forze al Quds e sulle operazioni regionali delle forze iraniane resta tutto da vedere. 

In ogni caso, il respiro di sollievo che molti civili della regione hanno tirato non durerà a lungo: in Siria, vicino Raqqa, 21 pastori sono già stati uccisi da milizie iraniane per vendetta per la morte di Soleimani, segno che a pagarne il prezzo saranno prima di tutto, e come sempre, i civili.

di Samantha Falciatori

Samantha Falciatori
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  1. Romano 07/01/2020 at 16:49

    Complimenti per la lucida e coraggiosa analisi.

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    • Samantha Falciatori 07/01/2020 at 18:21

      Grazie Romano, è lo spirito della nostra rivista e mi duole dire che di lucidità ce n’è tanto bisogno in mezzo all’isteria collettiva che sempre generano eventi di questa portata in contesti trascurati e terreno di propaganda come quello siriano.

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