Con l’Incontro tenuto a Helsinki tra Putin e Trump sembra rafforzarsi una vicinanza tra il presidente americano e quello russo. L’incontro, durato due ore e mezza è stato il primo faccia a faccia tra i due leader. Un incontro di cui non era stata preparata una scaletta dei temi, e che si è svolto in presenza solamente degli interpreti.

E mentre negli Stati Uniti le indagini dello Special Counsel guidato da Robert Mueller procedono nella ricostruzione della rete di persone e organizzazioni coinvolte in quel canale di collegamento che si è dimostrato esistere tra il Cremlino e l‘entourage del presidente eletto, e nonostante tutte le agenzie di intelligence statunitensi siano d’accordo nell’affermare che dietro al furto di dati subito dal Partito Democratico nel corso della campagna elettorale, oltre che ai numerosi attacchi alle principali infrastrutture statunitensi ci sia la mano del Cremlino, Trump non è riuscito a prendere una posizione netta.

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Nel corso della conferenza stampa che ha seguito il faccia a faccia, il Presidente Trump ha infatti contraddetto le proprie agenzie di intelligence – lasciando di stucco i presenti e creando una certa irritazione nel mondo della sicurezza nazionale – quando ha affermato che interrogato sulla questione delle interferenze elettorali “il presidente Putin ha detto che non è stata la Russia. Non vedo alcuna ragione per cui non dovrei credergli”.

Una affermazione troppo pesante anche per un presidente anti-sistema come lui, tanto che l’aumentare della pressione politica lo ha costretto a ritrattare. Il presidente è corso infatti ai ripari qualche giorno dopo, affermando di essersi espresso male nel tentativo di utilizzare una doppia negazione (“non vedo alcun motivo per cui non debba essere stata la Russia”). Una affermazione che sentiamo per la prima volta fare dal presidente, che fino a quel momento aveva escluso qualsiasi interferenza russa nel processo elettorale che lo aveva portato alla Casa Bianca.

Possiamo quindi considerare questo summit una vittoria per Putin, che da una parte non potrà che trarre vantaggio dalle forti critiche espresse da Trump nei confronti di Nato e UE – addirittura definita come “nemica” – e dalle conseguenze politiche, che queste possono avere nel medio e lungo periodo. E che dall’altra non potrà che prendere atto della mancata presa di posizione statunitense per quanto riguarda le principali crisi internazionali in corso, quali Ucraina e Siria. Una mancata presa di posizione in cui l’uomo forte della Russia potrebbe essere portato a vedere una sorta di nulla osta presidenziale ad ulteriori azioni di “sovversione” degli equilibri, che caratterizzano il sistema internazionale costruito dagli stessi Stati Uniti negli ultimi 70 anni.

Anche l’Europa deve affrontare il cambiamento nell’approccio alle relazioni internazionali impresso alla Russia da Putin negli ultimi anni. Infatti dopo il periodo di relativa normalizzazione dei rapporti tra Russia e blocco occidentale che ha marcato gli anni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica, abbiamo assistito ad un progressivo aumento della pressione esercitata dalla Russia negli spazi ex sovietici. Una pressione che si manifesta attraverso ambiziosi programmi di ammodernamento delle forze armate, sia convenzionali che non convenzionali, ma che vede l’elaborazione di qualche elemento di novità.

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Negli ultimi anni abbiamo osservato un cambiamento di fondo nel modo in cui il paese guidato da Putin affronta le relazioni con i propri vicini e le frizioni che si vengono a creare. Niente più carri armati contrassegnati dal vessillo sovietico per le strade delle capitali europee quindi, ma lo sviluppo di un tipo di approccio che basa la propria azione di proiezione di potenza su forze non regolari e sull’uso del web. Un accorgimento in grado di prevenire la certa attribuzione e intenzionalità delle operazioni militari condotte.

Ma quella esercitata dal Cremlino è un tipo di influenza che si affida anche a strumenti di pressione economica quale per esempio l’utilizzo delle forniture di gas naturale come arma di ricatto, a un forte utilizzo della propaganda, al furto di dati sensibili, e alla creazione e diffusione di vere e proprie campagne coordinate di disinformazione.

Per cercare di capire meglio come Mosca abbia gestito l’utilizzo combinato di questi mezzi nel recente passato, possiamo ad esempio analizzare la sequenza di eventi che ha seguito l’abbattimento nei cieli ucraini del volo della Malaysian Airlines MH-17, avvenuto il 17 luglio del 2014, e che ha causato la morte di tutte le 298 persone a bordo.

Resti del Boeing 777 della Malaysia Airlines a Grabovo nella regione del Donetsk. Credits to: REUTERS

L’aereo sorvolava la regione ucraina di Donetsk: un’area in cui l’esercito ucraino e le milizie separatiste filorusse si stavano pesantemente scontrando per il controllo di una porzione di territorio ritenuta fondamentale per il collegamento tra la Crimea occupata e la Russia. Un missile terra-aria di fabbricazione russa ha colpito l’aereo, probabilmente scambiato per un veicolo da trasporto appartenente all’esercito regolare ucraino.

Nonostante numerose prove indicassero da subito la provenienza russa del veicolo che ha lanciato il missile, la fabbricazione russa del missile, il passaggio attraverso la frontiera russo-ucraina del veicolo di lancio nei giorni precedenti l’abbattimento e il suo rientro in quelli immediatamente successivi, oltre che la presenza su suolo ucraino di membri del GRU (i servizi segreti militari) il governo russo ha da subito messo in dubbio la versione degli investigatori. E lo ha fatto attraverso la diffusione di centinaia di possibili versioni differenti, spesso in contraddizione tra loro, che mischiando elementi reali a elementi falsi hanno seminato confusione nelle opinioni pubbliche dei paesi occidentali, limitando in questo modo le capacità di risposta dei governi, incapaci di porre Mosca di fronte alle sue responsabilità.

Una diffusione che Mosca ha affidato ai propri canali direttamente controllati – quali RT e Sputnik – in un sistema che si è sempre più affinato anche grazie all’uso di centinaia di migliaia di fasi profili Facebook e Twitter gestiti da gruppi industriali legati a doppio filo con il Cremlino, come nel caso della ormai nota “Internet Researh Agency”. L’azienda, basata a San Pietroburgo, ha infatti contribuito tramite il suo migliaio di impiegati alla diffusione tramite social media di notizie false e in contrasto tra loro, aumentando la risonanza di quelli che sono stati definiti dallo stesso Cremlino come “fatti alternativi”.

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Per meglio capire come nel tempo si è articolata questa linea del Cremlino, possiamo osservare il modo in cui si sono capillarmente diffuse le narrative riguardanti “i frammentati e falliti paesi baltici,” o quelle relativa alla “aggressività della NATO”, usate per seminare disinformazione, destabilizzare e creare fratture nelle società.

L’esercizio di questa pressione rimodulata, ha messo in luce i limiti che l’Alleanza Atlantica potrebbe incontrare nel tentativo di difendere il proprio confine orientale.

Infatti la Russia, consapevole di non poter vincere in un confronto diretto con le forze NATO, ha cercato un diverso tipo di approccio che potesse neutralizzare quelli che sono i vantaggi dell’alleanza occidentale. E lo ha fatto, adottando una strategia incrementale tesa a creare fratture già presenti nel blocco occidentale, oltre che foraggiando quei gruppi anti-sistema già esistenti nel panorama europeo, compromettendone in questo modo le possibilità di reazione collettiva e amplificando di conseguenza l’influenza esercitata sui paesi direttamente confinanti.

Una prima evidenza di questo cambiamento di postura si è osservata con l’intervento in Georgia del 2008. Il paese caucasico ed ex sovietico, stava compiendo dei passi di avvicinamento alla NATO, e Mosca paventando una situazione giudicata inaccettabile, decise per l’intervento militare, che giustificò in quanto necessario a tutelare le popolazioni russofone, secondo il Cremlino prevaricate dal governo centrale georgiano.

Soldati georgiani si allontanano da un edificio bombardato a Gori nell’agosto del 2008. Credits to: Gleb Garanich/Reuters

Un intervento probabilmente finalizzato – oltre che a rafforzare il controllo russo sulle dinamiche interne – a mettere alla prova le capacità di risposta della NATO, e che, oltre a provocare una reazione dei membri tutt’altro che univoca, si è concluso con l’occupazione di porzioni di un paese posto ai confini d’Europa: ancora oggi infatti Abkhazia e Sud Ossezia sono occupate da truppe russe, sostanzialmente senza che questo atto di forza abbia comportato alcuna conseguenza per Mosca.

Credits to: the Economist

Uno schema, quello del supporto alle popolazioni russofone minacciate, riproposto dal Cremlino con l’occupazione del 2014 della Crimea. Anche in quel caso, di fronte ad un possibile avvicinamento dell’Ucraina a Unione Europea e NATO, si è assistito all’occupazione militare di porzioni territorio ucraino perpetrata da “little green men”, termine con il quale si fa riferimento a uomini in uniforme militare – priva però di livree di riconoscimento – che hanno occupato le zone est del paese. Quindi uomini e mezzi che pur portando equipaggiamento e vestiario di origine russa, pur guidando mezzi di fabbricazione russa, non si possono ritenere agli effettivi ordini di Mosca.

Little green man. Credits to: Getty Images

Tali accorgimenti sono stati sufficienti per impedire che la NATO potesse procedere all’attribuzione della responsabilità in maniera univoca, rallentandone enormemente – se non addirittura paralizzandone – le capacità di risposta, e facendo sì che quello che ha rappresentato il primo tentativo dopo il 1945 di modificare le frontiere in Europa tramite azioni di forza venisse percepito, almeno fino ad oggi, come un conflitto tra gruppi della stessa nazione, e quindi come una guerra civile.

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Anche la serie di omicidi “politici” vissuta dal Regno Unito parrebbe essere parte integrante della strategia “ibrida” del Cremlino. Una serie di omicidi aperta con la morte di Litvinienko – ex agente dell’FSB passato dal 2001 a collaborare con i servizi inglesi – avvelenato in un bar di Londra tramite un the a cui era stato aggiunto del Polonio radioattivo. Litvinienko, che nei ranghi dell’FSB si occupava di lotta al crimine organizzato, era entrato in rotta di collisione con l’establishment russo in seguito ad una serie di indagini che vedevano vertici istituzionali colludere con organizzazioni criminali, e aveva apertamente accusato i suoi superiori di avere ordinato l’assassinio di svariate persone diventate sgradite al regime.

L’assasinio dell’ex spia russa è fondamentale perché inaugura un nuovo modus operandi delle autorità di Mosca, che arrivano a colpire i propri nemici sul suolo europeo, e lo fanno utilizzando una sostanza in grado di causare un avvelenamento da radiazioni, portando la vittima ad una morte lenta e dolorosa. Un omicidio a cui era affidato il compito di lanciare un messaggio a tutti i dissidenti del regime di Putin che negli anni hanno trovato rifugio all’estero, in particolare nel Regno Unito.

Un modus operandi che trova una continuità nel caso Skripal. Anche in questo caso ad essere colpita assieme alla figlia è stata una ex spia russa che collaborava con i servizi di sicurezza britannici, in quello che rappresenta solo l’ultimo di una serie di almeno 14 omicidi di personaggi russi su cui le autorità hanno ora riaperto le indagini, dopo averli inizialmente classificati come incidenti o suicidi. In questo caso l’attentato ha visto colpire misteriosamente (ma non a morte) i due da un agente nervino di produzione unicamente russa (il Novichok). Un avvelenamento di cui il Cremlino rinnega la paternità.

Meno chiaro il secondo caso di intossicazione da Novichok occorso nel mese di luglio: in quel caso ad essere colpiti sono stato due cittadini britannici, probabilmente entrati in contatto casuale con il contenitore utilizzato per il trasporto dell’agente nervino utilizzato per gli Skripal, che dalle indagini risulta probabilmente essere una bottiglietta di profumo.

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Aiuta a comprendere la postura adottata dalla Russia putinista l’atteggiamento mantenuto dalle autorità nei primi giorni dopo l’avvelenamento degli Skripal, con il messaggio lanciato dal palazzo del potere russo che così suonava: non siamo stati noi, perché se così fosse stato, non sarebbero sopravvissuti.

Un messaggio che, pur non rivendicando direttamente la paternità di quello che è classificabile come un attentato perpetrato con armi chimiche sul suolo di un paese NATO – e per il momento anche UE – lancia un chiaro messaggio a nemici e oppositori politici: non sarete al sicuro da nessuna parte.

Attacco -anche in questo caso – che per come è stato concepito – non ha permesso una attribuzione di responsabilità univoca. Infatti nonostante le prove raccolte dall’intelligence britannica, abbiamo assistito al proliferare di centinaia di versioni differenti, dalla produzione di versioni alternative e alla loro diffusione presso i media delle società occidentali. Informazioni che una volta diffuse, hanno seminato confusione e sospetti tra la popolazione inglese e in quella dei paesi alleati, e che sono andate ad interferire con le capacità decisionale dei governi, incapaci di raggiungere una linea di risposta comune che trascendesse una accorata espressione di solidarietà al Regno Unito.

Sempre ascrivibili all’applicazione del nuovo paradigma della guerra ibrida inaugurato dal Cremlino, anche se declinato differentemente, sono le azioni intraprese da Mosca e finalizzate alla creazione di fratture interne al blocco Europeo ed occidentale.

In questa luce dobbiamo infatti considerare le azioni perpetrate da Mosca tese a incrinare la famiglia europea, quali ad esempio il sostegno e il supporto espresso dal Cremlino nei confronti di numerosi partiti antieuropeisti di varia provenienza nazionale. Supporto che in alcune circostanze si è anche tradotto in finanziamento: il caso di maggior rilievo è il sostegno assicurato al Front National di Marie le Pen, che ha ricevuto da istituti bancari riconosciuti come vicini al Cremlino finanziamenti di svariati milioni di euro almeno a partire dal 2014. Partito che oltre a adottare una visione anti-europeista, sostiene una linea di conciliazione con Mosca per quanto riguarda l’occupazione illegale della Crimea.

Anche la vendita del sistema antiaereo e antimissile S-400 alla Turchia è da leggere in questa chiave. Una operazione che rappresenta il tentativo russo di incunearsi nell’asse che lega la Turchia al blocco occidentale, contribuendo così all’allontanamento dall’alleanza di quello che è il paese NATO con il secondo esercito per ordine di grandezza. E che a causa di questa decisione di acquisto rischia ora di vedersi bloccare l’arrivo programmato degli F-35, con Erdogan che minaccia di ricorrere ad un tribunale arbitrale se gli Stati Uniti dovessero decidere in tal senso.

Forth Worth, Texas, 21 Giugno 2018. Un F-35 in esposizione che dovrebbe essere comprato dalla Turchia. Credits to: Lockheed Martin

Possiamo quindi concludere che Mosca ha mosso in questi anni una serie di passi che pur apparentemente scollegati tra loro fanno parte di un ripensamento strategico generale, finalizzato a ristabilire una forte influenza in tutti quegli spazi ex sovietici considerati vitali per i propri interessi. E lo fa attraverso un insieme di strumenti che trascendono il classico spettro delle operazioni militari: cioè attraverso operazioni non dichiarate, nella cui esecuzione assumono eguale importanza sia le componenti cinetiche sia quelle cibernetiche, e in cui diventa fondamentale la produzione e la diffusione di informazioni mirate a modificare la percezione delle società occidentali su determinati argomenti, rallentando, se non paralizzando in questo modo quelle che sono le capacità di risposta degli avversari.

Possiamo osservare come l’utilizzo combinato di tutti questi strumenti si sta dimostrando in grado di ingannare, sovvertire e destabilizzare le opinioni pubbliche, proiettando sulle stesse una sorta di “nebbia di guerra” di clausewitziana memoria in grado di andare ad erodere il consenso politico necessario al sostegno di qualunque iniziativa uno stato decida di intraprendere in risposta alle azioni di Mosca.

Una strategia del genere potrebbe nel lungo periodo sortire gravi effetti se utilizzata contro insiemi eterogenei di paesi, quali per esempio l’Unione Europea e la NATO. Infatti già solo riuscire a creare differenze di percezione riguardanti l’affermazione dei singoli interessi nazionali in seno alle alleanze occidentali rappresenta di per sé una vittoria per il Cremlino, che nel lungo periodo va così ad erodere le relazioni di fiducia esistenti tra i paesi alleati.

L’azione del Cremlino viene infatti modulata in modo molto diverso a seconda dell’interlocutore con cui si deve di volta in volta relazionare, andando anche a fare leva sulle differenze delle strutture economiche nazionali. Ad esempio, osserviamo il modo in cui il Cremlino gestisce la situazione di dipendenza europea del gas russo, e registriamo le pressioni esercitate in Germania per la costruzione del gasdotto Nordstream 2. Un progetto che andrà invece ad aumentare tale dipendenza da Mosca in un contesto europeo di vulnerabilità, in cui si va cercando una maggiore sicurezza energetica da raggiungere attraverso una maggiore differenziazione dei fornitori.

Condotti caricati e accatastati a Mukran. Credits to: Carsten Koall/Getty Images

 

O, come per esempio nel caso dell’Italia, viene effettuata un’azione che punta invece a sottolineare i danni economici dovuti alla limitazione all’interscambio commerciale, causato dalle sanzioni che hanno colpito la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina e alle contro sanzioni sui prodotti alimentari europei emanate come ritorsione da Mosca. Danni che pur se esistenti, rappresentano una minima parte dell’interscambio italiano, quando paragonato a quello effettuato con i nostri partner dell’Unione, con cui sembrerebbe più logico cercare di preservare e di salvaguardare il rapporto.

Il Cremlino in questo caso esprime una opinione che trova sostegno anche nell’orientamento politico espresso da un partito di governo quale la Lega, che oltre a rivendicare la sospensione delle sanzioni sposa la posizione russa fino a creare una crisi diplomatica con le autorità ucraine sulla questione dell’occupazione della Crimea.

Questi sono solo alcuni esempi di quelle azioni del Cremlino finalizzate ad alimentare la percezione di divergenza negli interessi nazionali dei singoli paesi che compongono l’Unione, ma che dovrebbero poter trovare nelle istituzioni europee una propria ricomposizione. Una interferenza che appare finalizzata all’alimentazione di rivalità commerciali o strategiche già esistenti.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incrementale riproporsi di tali comportamenti, che se non opportunamente riconosciuti e contenuti rischiano di alimentare le tensioni interne all’alleanza occidentale, passibili nel medio lungo periodo di causare fratture in grado di paralizzare le capacità di risposta ad eventuali nuove aggressioni.

Fratture che andrebbero a tutto vantaggio della Russia, che si troverebbe in questo modo a trattare con singoli stati dal peso politico relativo infinitamente inferiore, che se privati dalle garanzie di sicurezza fornite dalla appartenenza alla NATO e all’UE non avrebbero i mezzi per resistere a questa nuova fase dell’espansionismo russo, teso a ristabilire la supremazia in quelli che sono percepiti dalla élite del paese euroasiatico come spazi geopolitici propri, ingiustamente sottratti dal proprio controllo nel momento di estrema debolezza che ha seguito la caduta del muro e la fine dell’URSS. Anche grazie a molti utili idioti al di qua del blocco

Di: Andrea Cerabolini
Redazione
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  1. Gumball 02/08/2018 at 11:28

    Articolo davvero molto interessante e che finalmente mostra le azioni russe a livello geopolitico non concentrandosi solamente su Skipral (probabilmente non sono stati davvero loro), Ucraina o Siria.
    Finalmente si parla di “guerra ibrida” che credevo fosse una prerogativa americana, ma a questo punto è più che chiaro che la Russia stia seguendo le medesime orme.
    Quello che a questo punto mi chiedo è quale sia la reale strategia americana anche ora che il russiagate sia stato confermato dallo stesso Trump:
    da una parte sembrano ritirarsi da una serie di crisi militari da loro stessi generati che sembra favorire la Russia, indebolisce la NATO spingendo gli alleati a spendere di più per la loro difesa, ma scaccia i diplomatici russi imponendolo anche alla UE e ne mantiene le sanzioni. Cerca di colpire la Russia ma al contempo indebolisce se stessa? In tutto questo i dazi sull’acciao UE ma, soprattutto alla Cina, come si inseriscono in questa strategia?
    L’unica risposta che mi viene in mente potrebbe essere che Trump stia cercando di spingere il mondo nell’ormai quasi certa multipolarità (USA, Cina, Russia) piuttosto che nel mantenimento del ruolo egemone della WW2. Perchè? Ormai l’impero americano è in piena disgregazione, quindi piuttosto che perdere tutto preferisce “condividere il potere” cercando di equilibrare le forze? Penalizza l’attuale prima potenza economica (Cina) e gioca al “dare un colpo al cerchio ed uno alla botte” con la Russia?
    Sono solo speculazioni.

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