Nulla di fatto, per ora, durante l’ultimo Consiglio europeo che ha discusso della questione dei migranti. La Turchia, che ha incontrato a Bruxelles i leader dei 28 paesi europei, ha chiesto altri 3 miliardi di euro per gestire le migliaia di persone che ogni giorno cercano di raggiungere l’Ue passando dai Balcani. Sul tavolo, Ankara, ha portato anche un alleggerimento dei controlli per i cittadini turchi diretti nei Paesi dell’Unione e una accelerata nel processo di adesione.

La posta si è alzata e ora l’Europa si trova di fronte a un bivio. Si è tenuto lunedì, a Bruxelles, il vertice tra i Capi di Stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione europea e il Primo ministro turco Ahmet Davutoglu.

Il giorno della verità per l’Europa che, per l’ennesima volta, ha cercato di trovare una soluzione al problema dei flussi migratori che premono non solo ai confini comunitari, ma anche a quelli dei paesi extra Ue che non riescono più a sopportare il numero di richiedenti asilo che cercano di entrare, spesso illegalmente, nell’Unione dalla penisola balcanica o dal mar Egeo. Non solo migranti, ma anche i lavori per l’adesione della Turchia all’Unione e un’ampia discussione sul ruolo di Schengen, della libera circolazione di persone (migranti compresi) e merci tra i paesi membri del Trattato.

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Tra Europa e Turchia esiste una storia d’amore e di odio che si protrae da ormai decenni. Il premier Ahmet Davutoglu, nei mesi scorsi, era riuscito a portare ad Ankara 3 miliardi di euro da spendere per la gestione dell’immigrazione che, proprio attraverso la penisola anatolica, si spinge verso i Balcani per entrare in Europa proprio dalle frontiere orientali e in particolare dalle coste della Grecia.

Ora però le cose sono cambiate: la Turchia chiede 6 miliardi di euro, e non più 3, come proposto nell’ultimo summit di qualche mese fa, oltre a un’accelerata nelle procedure di adesione per far diventare, in breve tempo, il paese della mezzaluna il 29esimo Stato europeo.

Queste le condizioni che il premier Davutoglu ha avanzato durante il meeting di lunedì, condizioni che hanno spiazzato tutti i 28 leader del Vecchio continente. Un “ricatto” vero e proprio secondo alcuni media italiani e stranieri, che vedono nelle proposte avanzate da Ankara già da qualche settimana un diktat politico che vuole cercare di “mettere alla sbarra” l’Europa già vessata e “accerchiata” dal problema delle migrazioni forzate.

Il premier turco Ahmet Davutoglu e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk © European Union

Il premier turco Ahmet Davutoglu e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk © European Union

Una situazione che ha portato i vertici dell’Ue a rinviare, al prossimo 17 marzo, il Consiglio europeo che dovrà decidere sulle nuove proposte avanzate dal Primo ministro turco. Un richiedente asilo in Europa per ogni migrante “irregolare” ritrasferito in Turchia e una più larga libertà di movimento dei cittadini turchi all’interno dei confini europei. Questa è una delle condizioni invalicabili proposte da Ankara che, però, non è riuscita a trovare l’unanimità da parte di tutti i leader europei, tanto che lo stesso premier ungherese Viktor Orban ha già confermato la sua contrarietà a questa possibile decisione, appoggiato dai paesi dell’Est Europa e da quelli balcanici, i più colpiti dalle migliaia di migranti in fuga.

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Molti saranno i nodi da sciogliere, in particolare quelli relativi alla prosecuzione dei negoziati a favore delle trattative per l’apertura dei capitoli relativi all’ingresso della Turchia nell’Unione.

Primo fra tutti, quello della libertà di stampa, sempre più spesso violata o limitata dallo stesso potere politico.

“Voglio che venga discussa anche della situazione della libertà di stampa – avrebbe detto il premier italiano Matteo Renzi – Altrimenti valuterò di non firmare”.

La precisazione è scaturita dopo la diffusione della notizia del commissariamento del gruppo editoriale proprietario del quotidiano Zaman (principale testata anti-Erdogan), su decisione del tribunale di Istanbul, e al licenziamento coatto del direttore e di alcuni giornalisti. Singolare, inoltre, il silenzio europeo riguardo alle “operazioni di polizia” che la Turchia sta svolgendo nelle ultime settimane nei territori curdi del Paese, dove ha raso al suolo intere cittadine e causato la morte di centinaia di persone.

Una brutta pagina per la “democrazia turca” che, sempre più spesso, si trova a fare i conti con un sistema politico autoritario, che oltrepassa quei limiti che dovrebbero impedire al Paese di diventare, a tutti gli effetti, il ventinovesimo Stato dell’Unione europea.

di Omar Porro
Omar Porro
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