NASA, SpaceX, Blue Origin e il predominio americano nello Spazio

La divisa dei due astronauti della NASA Doug Hurley e Bob Behnken è prodotta da SpaceX. Credit to: NASA

Annotazioni preliminari

È praticamente impossibile parlare dell’esplorazione spaziale senza parlare della NASA, prima ancora che per il ruolo fondamentale ricoperto in questo ambito, per l’immaginario che scatena in occidente. Tale ingombrante immagine ideale rende difficile disvelare la storia di questa leggendaria agenzia spaziale separandola dal suo contesto storico, dalla guerra fredda, dalla corsa allo spazio con l’Unione sovietica e dagli intrinseci legami della NASA intrattenuti con l’esercito americano.

Per amore di categorizzazione è esattamente quel che proveremo a fare, va quindi messo in conto che il discorso risulterà incompleto, semplificato e verrà integrato solo parzialmente quando ci occuperemo dell’agenzia spaziale russa.

In nostro soccorso viene però una certa linearità che distingue l’esplorazione spaziale americana, e quella russa, da tutte le altre in quanto essa nasce con specifiche ambizioni geopolitiche che solo successivamente definiranno degli obiettivi di ricerca e infine apriranno scenari economici che porteranno alla frammentazione nei vari attori privati. 

In principio fu lo Sputnik

Per quanto sia difficile tracciare un inizio esatto delle prime concrete sperimentazioni statunitensi in ambito spaziale, e per quanto il ruolo degli scienziati nazisti al finire della seconda guerra mondiale fu certamente chiave, (ma questo meriterebbe uno specifico approfondimento), è innegabile che tale processo abbia avuto un preciso punto di partenza: in principio fu lo Sputnik.

Nel momento in cui i sovietici dimostrarono in maniera fattiva quanto lo spazio fosse strategico ponendo la prima vera postazione umana fuori dalla Terra, gli Stati Uniti furono costretti a correre ai ripari, con uno sforzo economico e sociale senza precedenti. La corsa allo spazio fu sempre astropolitica, fin dal suo primo giorno. Anni di competizione spinsero i due attori coinvolti ad un continuo perfezionamento delle tecnologie che culminarono, correndo verso il presente, con lo sbarco di Neil Armstrong sul suolo lunare. 

Un soldato, a riprova del legame inscindibile fra esercito e NASA. Prima che con lo scoccare del nuovo millennio numerosi nuovi attori si affacciassero sulla scena, l’agenzia spaziale americana poteva vantare un ruolo egemonico, ed ancora oggi, pur con tutta la competizione offerta dalle nazioni di cui abbiamo già parlato e soprattutto quelle di cui dobbiamo ancora parlare, la NASA può vantare una presenza nel sistema solare senza precedenti.

Leggi anche: Astrolabio

Intorno all’orbita terrestre sono al momento attive trenta missioni, di cui 5 localizzate sulla Stazione Spaziale internazionale e venticinque dotate ciascuna di un satellite specifico; spostandoci su Marte, qui la NASA è presente con sei missioni coincidenti con 6 specifici veicoli, di cui due sono sulla superficie, rispettivamente il rover Curiosity e il laboratorio mineralogico InSight senza naturalmente considerare l’unico aereo velivolo non terrestre mai costruito dall’uomo, il drone Ingenuity specificatamente designato per volare nella sottile atmosfera marziana. 

Altre 14 missioni sono impegnate in ogni angolo del Sistema Solare, dalla corona solare fino all’orbita esterna di Giove, e fra di esse vi sono anche le due missioni Voyager, di cui la Voyager 1 nel 2012 è entrata nello spazio interstellare “raggiunta” poi nel 2018 dalla Voyager 2.  Un grande assente tra le postazioni presidiate dalla NASA è proprio la Luna, proprio il corpo celeste che nel 1969 sancì la vittoria sull’Unione Sovietica con l’atterraggio dell’equipaggio dell’Apollo 11, e su cui, come abbiamo visto si sta concentrando l’attenzione di altre nazioni, ma che come vedremo sarà l’oggetto della imminente missione Artemis.

Come si può osservare la NASA è un fenomeno ampio e complesso e siamo obbligati per amore di brevità e per non perdere il focus del nostro intervento a concentrarci sulle implicazioni geopolitiche ed in questo caso specifico sull’ingresso dei privati nelle dinamiche dell’esplorazione spaziale. 

La NASA ha ricevuto una spinta propulsiva, fin dalla sua fondazione nel 1958 dalla competizione con l’Unione Sovietica in un ruolo mai celato di garantire agli Stati Uniti d’America l’egemonia dello spazio prima orbitale e poi interplanetario. 

Leggi anche: America invulnerabile e insicura

Con la definitiva vittoria nella prima fase dell’esplorazione spaziale l’interesse dei governi statunitensi nei confronti della NASA è andato riducendosi con tagli di fondi sempre più importanti anche per venire incontro alle richieste di quella parte della popolazione critica nei confronti delle spese, che la colonizzazione dello spazio richiede, senza che venissero considerate le molte tecnologie che derivano dalla volontà della NASA di spingere la specie umana oltre i confini della stratosfera.

Per fare un breve elenco si consideri che la risonanza magnetica, i led, le macchine per eliminare le mine dai terreni, le scarpe da ginnastica, le coperte termiche, i filtri di purificazione dell’acqua, l’aspirapolvere portatile, il termometro elettrico, le coperture termiche per le case, i rilevatori di fumo, gli omogeneizzati, le moderne protesi per arti, il mouse per il computer, gli strumenti per estrarre le persone da veicoli incidentati, le cuffie wireless, il materasso memory foam,  la telecamera dei cellulari, le lenti antigraffio e il computer portatile sono solo alcune delle tecnologie create dall’uomo grazie all’esplorazione spaziale della NASA. 

Nel nuovo millennio l’esplorazione spaziale americana si apre ai privati e tre aziende emergono su tutte.

L’interesse per l’esplorazione spaziale si è riacceso nel momento in cui gli USA hanno osservato con l’inizio del nuovo millennio che le nuove economie emergenti iniziavano a spingere i loro interessi oltre la stratosfera ma questa volta si è scelta una strada differente, aprendo ai privati invece che demandare ogni operazione ai soli governi statunitensi. 

In realtà la prima agenzia privata nata con lo scopo di creare vettori di lancio non fu americana, ma francese, la Arianespace, fondata nel 1980 ma il vero salto fu progressivo in quanto bisognava aggirare due problemi e il primo era legato alla riservatezza.

Leggi anche: Lo spazioporto “europeo” si trova nella Guyana francese.

La tecnologia di esplorazione spaziale è sempre stata per la NASA intrinsecamente legata alla tecnologia bellica, la stessa tecnologia che ha portato gli uomini sulla Luna veniva parallelamente utilizzata per creare i vettori per le testate nucleari ed in generale esisteva il concreto rischio che una volta immesse sul mercato tali innovazioni tecnologiche potessero cadere nelle mani di potenze rivali. Per questa ragione il processo per la creazione di un binario parallelo a quello governativo di sviluppo dell’esplorazione spaziale fu lento e progressivo da un punto di vista normativo.

Risale al 1984 e al presidente Regan la prima deregolazione concreta che apriva la strada ai voli spaziali privati con il  Commercial Space Launch Act. Da un affiancamento del settore privato a quello governativo si è osservata una progressiva inversione di rotta fino alla spinta per la completa privatizzazione del servizio privilegiando subappaltature a privati piuttosto che affidare l’intera filiera produttiva al governo, come già osservato nel settore militare. 

Tale processo fu cristallizzato infine sotto la presidenza di W. Bush nel 1990 con il Launch Services Purchase Act. A questo punto iniziò un vero e proprio conflitto interno agli Stati Uniti che vedeva contrapposti i grandi investitori privati impazienti di lanciarsi in questo nuovo ambito e la NASA ed alcuni organi dell’esercito che si opponevano fortemente a questo sviluppo temendo potesse rappresentare una rischiosa emorragia di tecnologie e professionisti.

Tale confronto rese di fatto illegali i voli privati fino al 2004 quando il presidente Bush, questa volta il figlio, emanò il Commercial Space Launch Amendments Act presto vidimato dalla Federal Aviation Administration. Ciononostante fu necessario attendere il 2014 affinché la F.A.A. creasse formalmente la figura professionale dell’Astronauta Privato facendo cadere così anche l’ultimo ostacolo normativo ai voli gestiti integralmente da privati. 

Da quel momento si è osservata una vera e propria esplosione dei voli commerciali privati che hanno portato alla nascita di decine di agenzie private, molte delle quali focalizzate sulla ricerca e lo sviluppo di componenti per i vettori assemblati poi da agenzie governative e private. Su tutte sono emerse le tre grandi aziende private di esplorazione spaziale le quali aspettavano da anni, letteralmente sulla pista di lancio, di potersi gettare nel nuovo settore: la Blue Origin, nata nel 2000; la SpaceX nata nel 2002 e la Virgin Galactic nata nel 2004.  

Blue Origin

La prima agenzia privata ad affacciarsi sul mercato fin dal 2000 fu appunto la Blue Origin di Jeff Bezos, CEO di Amazon la quale ha concentrato i suoi sforzi, anche per le ragioni legali che abbiamo osservato, in voli suborbitali cioè compresi al di sotto del confine che convenzionalmente stabilisce le soglie dello spazio. Tale approccio vide un radicale cambiamento con l’avvio del programma Blue Moon che ha portato alla creazione di un Lander in grado di trasportare 4500 chili di materiale dalla Luna alla Terra. In passato ci siamo occupati del nuovo ruolo che le attività di estrazione mineraria nello spazio possono avere e una simile capacità di trasporto fa impallidire qualsiasi altro progetto condotto da altre nazioni ma in questo caso è sopraggiunto un limite ancora una volta legale. 

Leggi anche: Il Giappone nello spazio: JAXA

Oggi le porte della Luna per i paesi occidentali passano per il programma Artemis, una cordata di paesi e agenzie guidate dalla NASA per la creazione di una base stabile sul suolo lunare la quale dovrebbe assolvere a compiti simili a quelli della Stazione Spaziale Internazionale nonché rappresentare una pista di lancio preferenziale per le future missioni su Marte.

La Blue Moon avrebbe dovuto rappresentare uno dei fiori all’occhiello della missione proprio grazie alle sue incredibili capacità di carico e scarico ma a causa di una cattiva gestione della gara di appalto la Blue Origin ha perso questa possibilità vedendosi preferire la SpaceX. È interessante osservare come esista un concreto ostacolo ideologico nell’approcciarsi alla materia della nuova colonizzazione spaziale per la Blue Origin: si tratta di un mercato da cui non si vuole essere esclusi considerando il ruolo strategico che esso oggi rappresenta ma al contempo l’approccio di Bezos è quello di tentare di risolvere la sua partecipazione alla corsa riducendo al minimo i rischi, cosa che è di per sé impossibile considerando le variabili in gioco. 

Esattamente come il commercio marittimo dei mercanti veneziani si basava giocoforza su un certo grado di scommessa così è oggi l’esplorazione spaziale e la richiesta senza trattative alla NASA di quasi sei miliardi di dollari per la partecipazione di Blue Origin al programma Artemis (nel tentativo di coprire ogni possibile rischio) ha portato l’agenzia spaziale americana a preferire appunto la SpaceX.

Più in generale, il tentativo di gestire con cautela e sempre in posizione di vantaggio rispetto alla concorrenza questo complesso settore del mercato ha portato ha un progressivo sorpasso della Blue Origin che seppur nata per prima si vede oggi indietro rispetto alle altre due leader del mercato. 

Jeff Bezos presenta “Blue Moon” che atterrerà sulla luna. Credit to: Jonathan Newton/Washington Post/Getty Images

SpaceX

Nata nel 2002 la SpaceX è l’unica agenzia privata che sia riuscita a ottenere risultati paragonabili e in qualche caso superiori a molte agenzie nazionali. Per dare una misura esatta di tale predominio si consideri che può vantare il primo razzo a propellente liquido finanziato da privati ​​a raggiungere l’orbita terrestre, la prima compagnia privata a lanciare, porre in orbita e recuperare con successo un veicolo spaziale, la prima compagnia privata a inviare un veicolo spaziale alla Stazione Spaziale Internazionale, il primo decollo e successivo atterraggio propulsivo verticale per un razzo orbitale in assoluto, il primo riutilizzo di un razzo orbitale e la prima compagnia privata a inviare astronauti in orbita e alla Stazione Spaziale Internazionale. 

La caratteristica unica della SpaceX è la capacità di poter realizzare l’intera filiera progettuale, produttiva e operativa per una missione spaziale senza doversi appoggiare ad alcuna azienda o agenzia esterna. Ciò ha permesso alla NASA e agli Stati Uniti in generale di rientrare nella corsa allo spazio di fatto scaricando tutto il peso in termini economici e di opinione pubblica (nonché in termini diplomatici come vedremo) salvo poi potersene giovare al momento opportuno. 

Rimanendo nell’ambito strategico la Spacex è anche responsabile per la creazione e la gestione del sistema StarLink, una costellazione di satelliti in grado di fornire connessione internet su tutta la superficie del pianeta ponendo di fatto dei server in un luogo aldilà di qualsiasi giurisdizione.

Quanto tale innovazione sia strategica, nonostante sia stata sottovalutata da molti osservatori nel corso della sua realizzazione, è diventato evidente con l’intensificarsi delle ostilità in Ucraina e l’offerta (in funzione puramente provocatoria ma proprio perché concretamente realizzabile) del CEO della SpaceX di fornire connessione internet alla popolazione Ucraina aggirando eventuali blocchi da parte dell’amministrazione russa. 

La pervasività di tale tecnologia è tale che l’unico modo concreto per aggirarela è colpire direttamente i satelliti della SpaceLink il che inquadra in un’ottica nuova quanto già detto nei precedenti interventi riguardo alle guerre fra satelliti e anticipando il tema della militarizzazione dello spazio da parte degli Stati Uniti. 

La SpaceX ha avuto anche un ruolo storico determinante per la riapertura della colonizzazione dello spazio aprendo alle leggi del libero mercato e della concorrenza un settore fino a questo momento appannaggio delle agenzie di governo. Ciò ha concretamente abbassato i costi di lancio, in qualche caso da milioni di euro a centinaia di migliaia di euro (poiché ogni missione ha costi estremamente diversi è impossibile fornire una cifra riassuntiva per cui si rimanda al seguente studio presentato al 48th International Conference on Environmental Systems del 2018 ). 

Ad oggi, parallelamente al programma Artemis della NASA in cui la SpaceX è presente come socio di rilevanza, l’agenzia è concretamente impegnata per la realizzazione di una missione con equipaggio umano diretta verso Marte sfruttando proprio quel vettore riutilizzabile al 100% che è forse l’unico che può giustamente fregiarsi del nome che porta: Starship

Virgin Galactic

Prima di lanciarsi nell’analisi delle implicazioni geopolitiche e strategiche della SpaceX potrebbe sembrare pleonastico parlare della Virgin Galactic, ultima arrivata delle tre grandi, considerando che essa si concentra esclusivamente sui viaggi suborbitali o che cavalcano il confine sfumato tra spazio e atmosfera terrestre. La Virgin Galactic è la prima agenzia ad offrire un concreto servizio turistico per lo spazio e l’unica ad aver sviluppato mezzi che possono decollare e atterrare da normali piste per aeroplani. Per quanto alla luce della colonizzazione della Luna, di Marte, delle guerre fra satelliti e l’esplorazione degli angoli più remoti del sistema solare, le imprese della Virgin Galactic possano apparire poca cosa esse sono al contrario ugualmente strategiche.

Credit to: Virgin Galactic

La corsa allo spazio per procura

Per meglio visualizzare le dinamiche dell’esplorazione spaziale conviene effettuare un parallelismo con il predominio dei mari e delle coste. Avere una capacità di manovra libera e specializzata nelle aree costiere è fondamentale quanto essere in grado di inviare cargo e navi militari in altri continenti, e lo spazio suborbitale ricoprirà presto, ed in parte già ricopre come dimostrato dalle crescenti tensioni legate alle rotte dei satelliti, un ruolo paragonabile oggi alle strettoie come punto di passaggio obbligato di merci, persone e truppe militari (come il canale di Suez o lo stretto dei Dardanelli) 

Leggi anche: La geopolitica degli stretti e stabilità: si naviga a vista

Un concetto ben noto a chi si interessa di geopolitica è quello delle guerre per procura, scenari bellici fra due potenze che vengono risolti su territori terzi spesso con l’ausilio di partner e contractor. L’avvento della SpaceX ha aperto la strada alla corsa allo spazio per procura. Dopo decenni di conflitto e concorrenza spietata USA e Russia erano giunti ad un’epoca di cooperazione forzata: con lo spegnimento infatti del programma space shuttle nel 2011 solo le vecchie ma sempre affidabili Soyuz potevano mettere in contatto la stazione spaziale Internazionale e la Terra.

Credit to: NASA

Il Falcon 9 della SpaceX entrando in gioco ha letteralmente stravolto lo scenario, offrendo viaggi a basso costo e privando l’agenzia spaziale russa di uno dei suoi principali introiti. Esattamente come nei conflitti armati dove gli Stati d’Uniti d’America fanno un uso sempre più intensivo di privati, così la corsa allo spazio da un punto di vista commerciale è stata di fatto subappaltata ponendo la NASA in un ruolo di coordinatore sempre più marginale poiché gli aspetti progettuali delle missioni assumono sempre più un carattere indipendente (si pensi alle missioni per Marte che la SpaceX organizza in totale indipendenza) e la buona riuscita del programma Artemis rappresenta forse l’ultimo fondamentale banco di prova per questa storica agenzia. 

La co-dipendenza tra la NASA e le forze armate statunitensi

Parallelamente il governo di Washington mantiene saldo il controllo su un altro aspetto della nuova esplorazione spaziale: le forze armate. Va detto che se anche ufficialmente la United States Space Force è stata fondata appena nel 2019 in realtà la collaborazione fra NASA e forze armate è sempre stata talmente interconnessa che le due realtà sono state semplicemente co-dipendenti per tutta la lunga storia dell’agenzia, non si dimentichi del resto che fu il sottotenente di vascello Neil Armstrong a mettere piede per primo sul suolo lunare. Se quindi la USSF esiste da appena pochi anni gli Stati Uniti possono essere considerati all’avanguardia nell’ambito dei conflitti spaziali da almeno dieci anni. 

20 dicembre 2019. Il Presidente Trump firma la legge che permette la creazione della nuova forza spaziale dell’esercito. Credit to: Bloomberg via Getty Images

Risale infatti al 2010 la fine dei voli sperimentali dell’X-37b il primo, e al momento ufficialmente l’unico, drone da combattimento atto a operare nello spazio orbitale e oltre il confine dell’atmosfera. Il veicolo, il cui design dimostra chiaramente come la lezione dello Shuttle sia stata ben appresa e riadattata per gli scopi bellici, è ancora coperto dal più stretto riserbo ma è ufficiale che ancora nel maggio del 2020 compiva delle missioni di volo. 

17 ottobre 2014, Il drone da combattimento X-37B viene è atterrato con successo nella base spaziale di Vandenberg in California al termine della sua terza missione spaziale. Credit to: Boeing

Delle poche cose che si è appreso, oltre che la Cina ne ha prodotto una sua versione di cui si sa ancor meno, è la sua autonomia, con un record di permanenza nello spazio di 718 giorni e con tutta l’ampia capacità di manovra un tempo appartenuta agli Space Shuttle, senza considerare la possibilità di ospitare vari tipi di ordigni nella sua carlinga. 

A questi strumenti sperimentali vanno aggiunti missili intercontinentali balistici, puntatori laser da terra, satelliti spia e dotati di strumenti di disturbo verso altri satelliti e tutto un armamentario per la guerra allo spazio perfettamente sviluppato e di cui si sa ancora poco. 

La guerra allo spazio

Quel che emerge chiaramente dal Space Threat Assessment 2021 curato dalla Aerospace Security è che la guerra allo spazio è un conflitto prima di tutto di posizione, poiché le grandi distanze, la vastità dello scenario e le gigantesche forze in campo rendono vitali le “teste di ponte”, rappresentate in questo caso da stazioni spaziali, reti satellitari e lander posizionati su altri pianeti, e prima ancora di dover sviluppare armamenti dal sapore fantascientifico diviene evidente come concetti di manovrabilità e spionaggio siano essenziali.

Da questo punto di vista gli Stati Uniti sembrano occupare ancora un ruolo sostanzialmente egemonico nonostante la continua rincorsa della Cina e il sempre più arrancante passo della Russia. 

Verrebbe a questo punto da chiedersi se questo spazio orbitale che appare ora affollato di vari strumenti bellici (in primo luogo i cosiddetti strumenti cinetici di tipo ASAT, cioè scagliati direttamente dalla superficie, e SAT, cioè già presenti in orbita e dotati di vari strumenti per agganciare, distruggere ed in generale neutralizzare altri strumenti) vi è un qualche tipo di ostacolo normativo e la risposta è più complessa del previsto.

In primo luogo va considerato che la situazione dello spazio orbitale è attualmente così elaborata che oggi esiste una branca specifica di studi: la SSA (satellite situational awareness). Bisogna infatti considerare che le guerre fra satelliti, lo spionaggio degli stessi, i nuovi droni aerospaziali si inseriscono in una realtà “affolata” anche di strumenti di comunicazione, satelliti meteorologici, sistemi GPS e le loro controparti, senza considerare la crescente presenza di detriti e il continuo traffico dei lanci. 

L’unico aspetto concretamente regolamentato è l’uso di armi atomiche ed in generale di strumenti di sterminio di massa nello spazio orbitale della Terra, vietati chiaramente dall’Outer Space Treaty del 1967, ma per quel che concerne aspetti più sfumati della materia le vaghe indicazioni di pace e spazio condiviso hanno fatto sorgere molti problemi lasciando l’impressione di un’area non regolamentata. 

Si pensi ad esempio al sempre più appetibile mercato dell’estrazione mineraria, che non è in alcun modo concretamente legiferato, lasciando un intenzionale spazio di manovra grigio per le aziende private che vogliono occuparsene.

Il problema diviene ancora più complesso nel caso di sfruttamento di risorse su altri corpi celesti come la Luna o Marte, la prima concretamente alle porte, che legano giocoforza ai principi di estrazione a quelli di occupazione, con conseguente rivendicazione de facto, scivolando ergo in una colonizzazione.

Tale consequenzialità appare così evidente che con il crescente interesse di vari paesi per il ritorno alla Luna, stavolta con velleità di lunga permanenza, in assenza di una concreta legislazione soprattutto applicabile, si ha la percezione che l’intera operazione si ridurrà, ancora una volta, ad una corsa, replicando le dinamiche già viste per lo sfruttamento delle riserve auree del sud e centro America (stavolta, si spera, almeno non a danno di alcuna popolazione locale). In questo caos normativo diviene evidente come possa essere comodo affidarsi ai privati osservando anche in questo contesto i vantaggi già sperimentati con le aziende private nell’ambito bellico. 

Leggi anche: La corsa per l’Artico: ultima Thule, nuova Eldorado

Ciononostante la prossima grande prova della NASA la vedrà impegnata in prima linea, per quanto non sola ma alla guida di una cordata in cui è presente non solo la SpaceX ma anche un nutrito gruppo di agenzie nazionali di Australia, Canada, Italia, Giappone, Lussemburgo, Emirati Arabi Uniti ed Inghilterra e altre compagnie private come Boeing e  Lockheed Martin. Si tratta del progetto Artemis, la cui componentistica principale è prevista sulla pista di lancio per il maggio del 2022 e la partenza del primo equipaggio per il 2024. Lo scopo però non è la semplice “visita” della Luna, ma la creazione di una base stabile la quale andrebbe a sostituire in parte le attività della Stazione Spaziale Internazionale, fungerebbe da base future missioni su Marte ma soprattutto rappresenterebbe un concreto ostacolo alle mire lunari della Cina. Poiché anche se il mondo cambia, anche questa esplorazione e conquista si basa sulla creazione di basi strategicamente rilevanti, come da sempre nella storia dell’umanità. 

Purtroppo, come anticipato, è impossibile approfondire ogni aspetto del ruolo degli Stati Uniti nella conquista dello spazio e l’obiettivo di questo intervento era dare il senso dell’ampiezza e della complessità dell’impegno di Washington nello spazio, vicino e lontano. Anche il discorso lunare, affrontato nel dettaglio, rischia di deviare dall’analisi puramente Astropolitica e di introdurci nell’ancora giovane, e ancor più speculativo, ambito della Selenopolitica (una immaginifica Geopolitica che si svolga sul suolo lunare). 

Gli Stati Uniti però non sono l’unica nazione che può vantare un gran numero di società private impegnate nello spazio e con la Agnikul Cosmos, la Skyroot Aerospace e la Pixxel un’altra nazione vanta un elevato avanzamento in questo ambito. Un’antica nazione sempre estremamente complessa da analizzare e che rappresenterà l’oggetto del prossimo intervento, nel quale ci domanderemo quale è il ruolo della corsa allo spazio dell’India.


Piccola nota a margine: molti dei link che riportano la documentazione riguardo la normativa americana fanno riferimento alle copie dei suddetti documenti conservate presso gli Internet Archive, in quanto un utente che voglia verificarli dall’Italia che non fosse provvisto di VPN non potrebbe consultarli. 

Di: Tanator Tenabaun