Dopo la caduta dell’URSS la Russia ha avuto vari rapporti con i Paesi MENA, ma oggi approfittando del disimpegno americano la propria influenza è aumentata.

Nel corso della sua storia millenaria, la Russia ha sempre avuto rapporti con il mondo arabo e l’Islam. I contatti erano di tipo commerciale e militare, viste le numerose guerre intraprese contro l’Impero Ottomano per la conquista di territori fino al Mar Nero. Per questo motivo in Russia è presente una folta minoranza islamica – circa 20 milioni di persone -, cui il Cremlino strizza l’occhio, dopo la ricomposizione della situazione cecena.

Se infatti la Chiesa Ortodossa russa, allineata alle posizioni di Mosca, viene spesso sfruttata per la proiezione del soft power russo nel mondo cristiano, Putin non dimentica mai di ricordare come la Russia sia in realtà uno stato multinazionale, multietnico e multiconfessionale, ove è concessa pari dignità a tutte le religioni. Il mantenimento dei buoni rapporti con l’Islam all’interno del Paese serve a Mosca per due motivi principali.

Credits to: Sputnik/Sergei Pyatakov.

Da un lato per evitare problemi interni, visti i numerosi attentati subiti ad opera di fondamentalisti di matrice islamica nei 30 anni dopo la dissoluzione dell’URSS e l’intreccio tra i movimenti separatisti nella regione del Caucaso settentrionale e il fondamentalismo islamico – a cui va aggiunto l’allarmante numero di foreign fighters confluiti nell’ISIS e nella jihad in generale.

Dall’altro serve a Mosca come testa di ponte per mantenere o rinnovare i rapporti con i Paesi del Medio Oriente.

Il Putin che si erge a paladino dei valori dell’Occidente ormai decaduto, almeno dal punto di vista morale, è lo stesso che non esita a definire la Russia una nazione che fa da ponte tra l’Europa e il mondo islamico, cercando di accreditarsi presso le teocrazie del Medio Oriente.

Del resto appare evidente come il disimpegno americano in Iraq e in Afganistan voluto dall’amministrazione Obama, la decisione di non intervenire in Siria e quella di fornire un appoggio soltanto logistico all’intervento occidentale in Libia, che ha portato alla detronizzazione di Gheddafi, abbiano determinato una forte diminuzione dell’influenza americana nella regione.

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La Russia, che dagli anni novanta è alla ricerca del riconoscimento del suo status di grande potenza nell’ottica di un mondo divenuto multipolare, sta tentando di riempire quel vuoto che gli Stati Uniti hanno lasciato, cercando di aumentare la propria influenza nella regione.

È in quest’ottica che vanno letti gli sviluppi nei rapporti tra il Cremlino ed il Medio Oriente.

Panoramica dell’influenza russa in Medio Oriente. Credits to: Wall Street Journal.

Non bisogna poi dimenticare che, come buona parte dei Paesi della penisola araba, la Russia è un esportatore netto di idrocarburi, con un forte interesse nel controllare la produzione e il prezzo di queste materie prime.

Va detto che, ad ogni modo, l’influenza di Mosca in questa zona del pianeta non era totalmente assente. La divisione del mondo in due blocchi contrapposti durante la Guerra Fredda si era ripercossa nella regione e tra i Paesi MENA (Middle East and North Africa) ve ne sono alcuni che, storicamente alleati dell’URSS, hanno continuato a mantenere buoni rapporti con la Russia. Vediamo quali.

L’Algeria

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Algeria ha iniziato a guardare all’Occidente, andando a mettere a repentaglio quelli che erano gli interessi del Cremlino, all’epoca troppo concentrato, però, ad attuare le riforme economiche, politiche ed istituzionali necessarie ad omologarsi alle democrazie occidentali. Con l’avvento di Putin alla presidenza russa nel 1999, le cose sono cambiate e si è potuto evidenziare un riavvicinamento tra Algeria e Russia. Il veicolo che ha consentito questo ritorno di fiamma è stato, come spesso accade nella politica estera di Putin, il commercio.

Viste le preoccupazioni occidentali per il mancato rispetto dei diritti umani, l’Algeria si è rivolta alla Russia per l’acquisto di armamenti e Mosca non si è tirata indietro.

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Eppure le relazioni tra i due Paesi non sono state idilliache da subito. Il governo algerino è infatti riuscito ad ottenere la possibilità di acquistare armi anche dalla Francia, riducendo la sua dipendenza da Mosca. Altri contrasti sono risultati dalla proposta algerina di costruire un gasdotto verso l’Italia, consentendo così all’Unione Europea – in particolare ad alcuni Paesi dell’Est – di diversificare i propri approvvigionamenti di gas, ancora una volta a danno della Russia.

Ma ben presto è risultato evidente come, per le due nazioni, fosse più proficua la cooperazione rispetto alla competizione. Sebbene in confronto agli anni della Guerra Fredda l’Algeria abbia ridotto la propria dipendenza da Mosca, oggi la Russia rimane il primo fornitore di armi del Paese nordafricano, le grandi conglomerate russe che si occupano di idrocarburi (Gazprom e Rosneft) sono attive nel Paese e l’Algeria è riuscita a ripagare quasi totalmente il debito accumulato in era sovietica.

Aerei russi Sukhoi Su-25 Frogfoot volano in formazione sopra la Piazza Rossa durante la parata del Giorno della Vittoria a Mosca, Russia, 9/05/2015. Credits to: REUTERS/RIA Novosti.

La Libia

Per quello che riguarda la Libia, i rapporti hanno seguito una parabola molto simile a quella algerina sino al 2011, per poi divenire più instabili dopo la guerra civile. Nel 2008 Gheddafi, preoccupato di diventare troppo dipendente dall’Occidente, aveva deciso di recuperare i suoi rapporti con la Russia e ancora una volta Mosca aveva accettato di fornire armi al Raìs ed aveva cancellato buona parte del debito che il Paese aveva nei confronti della Russia, maturato in epoca sovietica. Ancora più importante, Gazprom era riuscita ad ottenere un accordo con il governo libico per la costruzione ed il controllo delle infrastrutture che avrebbero portato il gas della Libia in Europa. Questo accordo era di fondamentale importanza per Mosca, che temeva di perdere quote del mercato europeo degli idrocarburi qualora questo fosse stato inondato da gas e petrolio nordafricani.

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Gheddafi non era però un partner affidabile e la sua politica estera era, per usare un eufemismo, erratica. Durante la primavera araba e la guerra in Libia, la Russia si è astenuta dall’apporre il veto alla risoluzione ONU 1973 che apriva le porte a un intervento NATO nel Paese. Dopo la morte del dittatore il Cremlino si è assicurato soltanto che gli accordi presi da questi con la Russia venissero rispettati anche nella mutata situazione, la quale però rimane talmente fluida da rendere difficile la valutazione dell’influenza russa nel Paese, che può essere considerato uno stato fallito.

L’Egitto

Sebbene a fasi alterne, anche l’Egitto vanta rapporti di vecchia data con la Russia. Negli anni del presidente Nasser i due Paesi erano abbastanza vicini, anche se l’Egitto rimaneva formalmente non allineato. Quando salì al potere Sadaat nel 1970, le cose cambiarono e il Cairo si orientò verso gli Stati Uniti, mantenendo tale postura anche durante la successiva presidenza di Mubarak. Nei primi anni duemila, il Cairo aveva cominciato a diventare insofferente rispetto alle pressioni statunitensi perché il governo Mubarak si avviasse sulla strada delle riforme.

Credits to: Russia Insider.

Questo aveva determinato un avvicinamento dell’Egitto alla Russia. Nonostante Mosca non intrattenesse rapporti particolarmente stretti con il grande Paese nordafricano, durante i primi due mandati di Putin (1999-2008) sono stati raggiunti diversi accordi nella sfera della cooperazione sull’estrazione e il trasporto di gas naturale, sullo sviluppo di impianti per l’energia nucleare e sull’importazione di grano russo da parte dell’Egitto. Come accaduto per la Libia, la primavera araba e la caduta del regime di Mubarak non hanno compromesso gli accordi raggiunti prima del 2011.

L’Iraq

Ancor più altalenanti sono i rapporti tra Russia ed Iraq. Prima dell’instaurazione del regime di Saddam Hussein l’Iraq era orientato verso il blocco occidentale, ma un primo riavvicinamento ha avuto luogo nel corso degli anni ottanta, quando l’Unione Sovietica prese la decisione di vendere armamenti all’Iraq impegnato in una lunga e sanguinosa guerra contro l’Iran.

La Russia non si è opposta all’utilizzo di “tutti i mezzi necessari” per respingere l’esercito iracheno entro i propri confini in occasione dell’invasione del Kuwait, appoggiando di fatto la coalizione internazionale a guida americana che aveva il compito di ristabilire lo status quo nella penisola araba.

Mosca si è invece opposta con forza all’invasione americana dell’Iraq nel 2003, in occasione della global war on terror voluta dall’amministrazione Bush. Per questo motivo i rapporti tra il nuovo governo di al Maliki e il Cremlino non sono stati idilliaci, agli inizi.

Putin stringe la mano al vicepresidente iracheno Nouri al-Maliki durante il loro incontro a San Pietroburgo, in Russia, 25/07/2017. Credits to: ALEXEI NIKOLSKY/SPUTNIK/VIA REUTERS.

A seguito del disimpegno americano nella regione, però, Mosca e Baghdad si sono nuovamente riavvicinate, arrivando alla firma di un accordo che prevedeva la vendita di armi da parte della Russia per un valore di 4,2 miliardi di dollari.

La Siria

Damasco era il principale alleato sovietico nella regione già ai tempi della Guerra Fredda.

Con la dissoluzione dell’URSS, le relazioni tra i due Paesi si sono deteriorate soprattutto perché la Siria non è stata in grado di ripagare il debito di 12 miliardi di dollari contratto in epoca sovietica, ma anche perché sotto l’amministrazione di Eltsin, Mosca riprese a intrattenere stretti rapporti con Israele.

Ancora una volta, l’arrivo di Putin alla presidenza della Russia ha cambiato le carte in tavola.

Lo scongelamento nelle relazioni tra i due Paesi è avvenuto a seguito dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Damasco si sentiva minacciata dalla presenza dell’esercito americano così vicino ai propri confini e Mosca temeva di perdere la propria influenza in una regione di fondamentale importanza geopolitica vista la ricchezza delle sue risorse naturali.

Visto il concreto rischio di perdere la base navale sul Mar Nero a Sebastopoli, in Ucraina, nel 2004, il porto siriano di Tartus – di cui la Russia dispone dal 1971 – rimaneva l’ultima possibilità per il Cremlino di mantenere una flotta nel Mediterraneo.

Тruppe russe mentre pattugliano nella provincia di Hasakah, nordest della Siria, 1/11/19. Credits to: DELIL SOULEIMAN/AFP/GETTY IMAGES.

Il legame tra Mosca e Damasco si è rafforzato nel 2008, quando Israele si è schierato con la Georgia durante la guerra che la vedeva impegnata contro la Russia.

Anche in questo caso, la Siria si è rivelata un’importante cliente per l’industria degli armamenti russa. Prima dell’inizio della primavera araba, si parlava di un giro d’affari attorno ai 4 miliardi di dollari, per non parlare poi dell’embargo dei Paesi occidentali nei confronti di Damasco, che garantiva alla Russia un accesso privilegiato al mercato siriano.

Con lo scoppio della rivoluzione siriana nel 2011, Mosca si è trovata ad essere la più grande sostenitrice del regime di Assad per tutelare i propri interessi nel Paese e con l’avanzata dei ribelli siriani, che nel 2015 sono arrivati a due passi da Damasco e Latakia, roccaforte degli interessi russi nell’area nonché del regime, la Russia ha deciso di intervenire direttamente per impedire la caduta del regime siriano, anche a rischio di radicalizzare alcuni dei musulmani presenti sul territorio della Federazione Russa.

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Per approfondire il ruolo russo nella guerra in Siria, segui la nostra rubrica “Siria Report”.

L’Iran

Con la caduta dello Shia nel 1979 il Paese, che fu un grande alleato degli Stati Uniti, ha cambiato il proprio orientamento. Durante gli ultimi anni prima della dissoluzione dell’URSS Teheran ha acquistato ingenti quantità di armamenti da Mosca, ma le relazioni tra i due Paesi si sono raffreddate con il cambio di regime in Russia. L’apertura del Cremlino ad Occidente negli anni successivi alla caduta dell’Unione Sovietica aveva determinato un interesse della Russia verso le monarchie sunnite della penisola araba, che erano in cattivi rapporti con l’Iran.

Inoltre era in vigore un embargo voluto dagli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica e la Russia era sotto pressione per i suoi rapporti commerciali con il Paese che fu la Persia. Ben presto però Mosca si rese conto di quanto fosse appetibile mantenere buoni rapporti con Teheran e già nel 1995 si raggiunse un accordo che prevedeva la partecipazione russa nel completamento del complesso nucleare iraniano di Bushehr.

Il presidente iraniano Rouhani e il presidente russo Putin. Credits to: Reuters.

Da qui nasce il dilemma russo rispetto all’Iran: nonostante, spesso in barba all’embargo voluto dai Paesi occidentali, Mosca venda armamenti alla Repubblica Islamica e nonostante sia stata la stessa Russia a fornire alcune delle tecnologie necessarie per lo sviluppo degli impianti nucleari, il Cremlino non vuole che l’Iran utilizzi il nucleare per scopi militari.

Sono stati proprio i buoni rapporti che legano le due compagini a permettere che finalmente, nel 2015, si raggiungesse un accordo internazionale sul nucleare iraniano, che consente all’Iran di utilizzare questa tecnologia per scopi esclusivamente civili in cambio dell’eliminazione delle sanzioni occidentali.

I rapporti si sono evoluti anche nel contesto del conflitto siriano, dove si trovano sullo stesso fronte, pur con alcune divergenze di vedute.

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La Russia di Putin, però, non si è limitata a rinvigorire le relazioni che da decenni intratteneva con alcuni Paesi dell’area: negli ultimi anni il Cremlino ha instaurato rapporti anche con stati che in precedenza erano ostili nei confronti di Mosca.

Lo vedremo nella seconda parte di questa analisi.

di Riccardo Allegri

Riccardo Allegri
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